new age

Di “crisi” del New Age si parla, negli Stati Uniti, fin dall’inizio degli anni 1990. Contrariamente a quanto spesso si crede, i primi segnali di allarme non sono stati lanciati da osservatori accademici o da critici, ma dagli stessi portavoce più autorevoli del New Age. Insieme a William Irwin Thompson, il fondatore della Lindisfarne Association, David Spangler pubblicava nel 1991 un volume in cui si deprecava la “degradazione” del New Age, minacciata dal cinismo e dalla speculazione commerciale di troppi protagonisti. Qualche anno dopo gli osservatori accademici del New Age – primo fra tutti J. Gordon Melton – avrebbero cominciato a parlare della “fine” del fenomeno. Un intervento di J. Gordon Melton al convegno internazionale sulle nuove religioni e la nuova religiosità Rennord 1994 tenuto dal 22 al 25 agosto 1994 a Greve, in Danimarca, ha avuto – da questo punto di vista – una grande risonanza internazionale. L’analisi si fondava su elementi suscettibili di verifica empirica: librerie che chiudevano, riviste che cessavano le pubblicazioni, esponenti del mondo della cultura e della scienza che prendevano le distanze dall’etichetta “New Age” (precedentemente abbracciata con entusiasmo), mentre il prezzo dei cristalli crollava. L’ultimo elemento era tutt’altro che irrilevante se si considera che, secondo diverse analisi economiche, i cristalli – ben più dei libri – tenevano in vita librerie e servizi di vendita per corrispondenza che diffondevano entrambi i prodotti.

La tesi di J. Gordon Melton, naturalmente, ha ricevuto anche qualche critica – per la verità, almeno nell’area di lingua inglese, più fra i colleghi specialisti che nell’ambiente stesso del New Age -, fondata in genere su una diversa definizione del fenomeno. Se il New Age è – come abbiamo prima cercato di descrivere – essenzialmente un fenomeno sociale, un network, la sua crisi può essere verificata e misurata attraverso il venire meno di una parte di quegli ancoraggi – librerie, case editrici, circuiti economici, fiere e festival – di cui ogni network ha bisogno per continuare a esistere. Se invece il New Age – secondo altre prospettive – è una mentalità o un insieme di dottrine, allora parlare di “crisi” è probabilmente improprio. Lo stesso J. Gordon Melton fa notare infatti come – venuto ampiamente meno il network – dottrine e mentalità continuino a essere ben presenti, in altre forme.

La “crisi” del New Age non deriva, peraltro, soltanto dall’eccessiva commercializzazione. Certo, quando – come si è visto in Italia – la pubblicità si sfoga proponendo non soltanto il libro, il disco, il seminario ma anche il golfino, la scopa e perfino la birra del New Age è normale che qualcuno si chieda se l’etichetta ha ancora un senso compiuto. Ma la “crisi” ha anche una radice più profonda. Dal punto di vista della storia e della sociologia delle religioni il New Age era, tecnicamente, un movimento millenarista che annunciava un’età dell’oro. I millenarismi sono tradizionalmente distinti in premillenarismi (o millenarismi pessimisti, che vedono il mondo andare di male in peggio fino a una catastrofe finale da cui emerge un millennio di pace solo grazie all’intervento diretto e soprannaturale di Dio) e postmillenarismi (o millenarismi ottimisti, in cui l’età dell’oro è instaurata al termine di sforzi progressivi dell’umanità che fanno andare il mondo di bene in meglio). Per evitare alcuni equivoci legati alla terminologia tradizionale, la studiosa americana Catherine Wessinger ha proposto di parlare piuttosto di “millenarismo catastrofico” e di “millenarismo progressista”. Il millenarismo catastrofico si espone meno facilmente alle smentite della storia. Giacché il mondo è quello che è, chi prevede sventure potrà sempre dire che le sue previsioni si sono in qualche modo avverate. Il millenarismo progressista è più pericoloso per chi lo propone: chi annuncia “magnifiche sorti e progressive” si vede facilmente, presto o tardi, smentito dalla storia.

Nel New Age – come ha fatto notare J. Gordon Melton – per un certo periodo di tempo il disagio era risolto con il riferimento al channeling (di importanza assolutamente centrale nel fenomeno) e alle “entità” che nel channeling si manifestavano. Queste entità – spiriti saggi vecchi di migliaia di anni, maestri “ascesi”, extraterrestri – vedevano, letteralmente, da più in alto. C’era da credere che vedessero meglio, e fossero in grado di formulare previsioni che, a lungo termine, non avrebbero mancato di realizzarsi, nonostante le smentite di breve periodo. Anche questo espediente non poteva, tuttavia, durare in eterno. Nel mondo di lingua inglese il New Age non è poi così “nuovo”, dal momento che le sue origini risalgono ai primi anni 1960. Channeling o no, l’età dell’oro è stata annunciata per oltre trent’anni senza che si manifestasse neppure un inizio di avveramento di queste previsioni. L’AIDS, guerre sanguinose come quelle nella ex-Jugoslavia, le “nuove povertà” hanno piuttosto costituito altrettanti inviti a un brusco risveglio per chi sognava un mondo in cammino verso l’armonia e la pace universale. Non vi era nessuna ragione di prevedere che il New Age potesse sfuggire al destino che, presto o tardi, colpisce tutte le forme progressiste di millenarismo (e da cui, per le ragioni indicate, si salvano invece le forme catastrofiche, che possono prosperare anche per secoli). Si deve aggiungere che, fuori dell’area di lingua inglese, il New Age – così come è arrivato molto più tardi – manifesterà verosimilmente più tardi la “crisi” nella sua pienezza. Chi ritiene la crisi un’invenzione degli studiosi sembra dimenticare completamente che di “crisi” del New Age hanno parlato, per prime, persone che si esprimevano dall’interno, non dall’esterno del fenomeno. Ma – al di là delle polemiche – quello che conta è rilevare come il dibattito sia ormai aperto fra gli stessi new ager italiani.

Quali reazioni ha determinato, fra decine di migliaia di new ager di tutto il mondo, la crisi del New Age? Gli esiti possono essere i più diversi. Anzitutto, non è impossibile che qualcuno, deluso dal New Age, riscopra percorsi religiosi di tipo diverso e si riaccosti alle Chiese e comunità maggioritarie. Nel mondo cattolico – e, per la verità, anche in quello protestante – non mancano esempi anche clamorosi di conversioni. Da un punto di vista statistico, sembra peraltro che questo tipo di processi non riguardi un numero socialmente significativo di persone. Altre volte, venuto meno il network, nascono (e si consolidano) movimenti che organizzano le idee del New Age in strutture, gerarchie, comunità (mentre il New Age insisteva sulla sua natura di rete di gruppi autonomi, liberi, non strutturati e non gerarchici).

Damanhur, la grande comunità a qualche chilometro da Torino, è in questo senso un esempio di movimento che oggi è già post-New Age. Dopo Damanhur trattiamo qui la Scuola Valerio Sanfo (in precedenza nota come Centro Helios) che, pure diversa, interagisce con Damanhur nel “terziario esoterico” e nel mondo “acquariano” piemontese. Se Damanhur esiste da oltre vent’anni, la Scuola di Illuminazione Ramtha a Yelms, nello Stato di Washington, rappresenta l’esempio forse più evidente di movimento che emerge dal network del New Age per proporsi come vera e propria nuova religione, organizzata con una struttura e un corpus dottrinale preciso intorno a una figura già notissima fra i new ager degli anni d’oro come J.Z. Knight. Il caso della Scuola di Illuminazione Ramtha è tipico, in quanto ci si trova di fronte a un movimento che oggi prende le distanze dal New Age, di cui in passato J.Z. Knight era considerata una figura fra le più influenti. Infine, al New Age si sostituisce gradatamente un nuovo fenomeno – se si vuole, una nuova fase nello stesso fenomeno – chiamato con una varietà di nomi fra cui si va affermando “Next Age”, di cui tratteremo nel paragrafo successivo.

B.: Sulla “fine” del New Age il testo di riferimento è J. Gordon Melton, “The Future of the New Age Movement”, in Eileen Barker e Margit Warburg (a cura di), New Religions and New Religiosity, Aarhus University Press, Aarhus-Londra 1998, pp. 133-149.