giainismo

Il giainismo, una delle religioni dell’India, prende il nome dal fondatore Vardhamana Mahavira, proclamato dai suoi seguaci “Jina” (“il Vincitore”). I giainisti ritengono tradizionalmente che Mahavira sia morto nel 527 o 526 a.C., ma non mancano studiosi che ritengono di dovere spostare questa data a un secolo più tardi. Contemporaneo di Buddha, Mahavira propone una via che l’induismo – nel frattempo in via di consolidazione e precisazione – considera eterodossa. I suoi seguaci si uniscono a quelli di un precedente profeta, Parsva, di cui si sa molto poco. Sembra che, in ogni caso, si sviluppi un contrasto – all’interno del movimento unificato – tra i seguaci di Mahavira e quelli di Parsva a proposito della nudità raccomandata ai monaci del movimento da Mahavira, apparentemente non accettata dai discepoli originari di Parsva. Questa discussione, cui se ne aggiungono altre, prosegue per diversi secoli, finché nell’anno 79 d.C. la comunità si divide in due branche chiamate rispettivamente Digambara ‒ “vestiti di cielo”, cioè nudi, riferito ai monaci ‒ e Svetambara, “vestiti di bianco”. Peraltro, i due gruppi si considerano parte della stessa religione e condividono le stesse credenze fondamentali. È vero che il canone dei testi sacri è diverso: i Digambara riconoscono soltanto i testi di un sinodo tenuto a Patna – chiamati testiPataliputra – circa due secoli dopo la morte di Mahavira, mentre gli Svetambara considerano canonici anche una serie di testi riconosciuti come tali solo successivamente.

L’epoca della maggiore fioritura del giainismo coincide, intorno ai secoli X-XI, con il favore mostratogli da vari re indiani, il che permette anche la costruzione di ricchi templi come quelli nell’area del Monte Abu. A partire dal secolo XVI, non più sostenuto da principi potenti, il giainismo entra in un periodo di declino. Nel secolo XX si manifestano però movimenti di risveglio – come quello chiamato Anuvrata – e il giainismo è esportato con successo fuori del subcontinente indiano da una comunità di emigranti in cui predominano commercianti e uomini d’affari. Altri intellettuali giainisti hanno dato un contributo importante alla cultura dell’India moderna: fra essi si può ricordare il poeta Raychanbdhai Mehta (1868-1901) per la sua influenza sul movimento indipendentista indiano.

La dottrina giainista comprende un’elaborata cosmologia. Giacché, in questo quadro, le divinità sono parte del mondo, sono sottomesse alle sue regole e non lo trascendono, il giainismo è spesso considerato da studiosi occidentali una religione “atea”, anche se ci si può interrogare sull’opportunità di etichette di questo genere nel contesto indiano. Il cosmo è composto di tre parti: una inferiore – “sette inferni”, dove vanno le anime di coloro che si sono comportati in modo violento e crudele –, una intermedia (Madhyaloka), e una superiore. Il mondo intermedio è piccolo, ma è il luogo dove regna il tempo con la sua legge ciclica (kala), e dove – per la verità solo in una zona particolare, che ha al suo centro il Monte Meru – è possibile ottenere l’illuminazione. Il mondo – e anche il non-mondo – è costituito da cinque elementi (astikaya): uno vivente, la jiva (o anima), e quattro non viventi (materia, spazio, movimento e riposo); alcune scuole aggiungono un sesto elemento: il tempo. Questi elementi sono eterni, increati e infiniti. Gli esseri corporei possiedono almeno due fra cinque possibili corpi, di cui uno – il corpo karmico – deriva dalle conseguenze delle azioni precedenti e rimane intimamente connesso alla jiva. Lo scopo del cammino giainista è la rescissione dei legami fra la jiva e i corpi, particolarmente il corpo karmico. Quando la jiva, nel corso di diverse reincarnazioni, è diventata così pura da liberarsi dal legame con i corpi acquista lo stato di siddha‒ “liberata” o “perfetta” ‒ e, dopo la morte, dal Madhyaloka passa nel terzo mondo, superiore, dove regna la più assoluta purezza. Gli dei – divisi in quattro categorie – appaiono talora nel Madhyaloka, alcuni perché ne fanno intrinsecamente parte, come quelli che presiedono ai pianeti e al loro movimento, altri perché visitano questo mondo da uno degli altri due. Altrettanto, o più importanti degli dei sono i profeti (tirthamkara), che indicano la via per superare il ciclo delle reincarnazioni.

La samgha o sangha, comunità giainista, è composta di quattro categorie di persone: monaci – uomini e donne – e laici, anch’essi uomini e donne. Tutti perseguono i “tre gioielli”: la vera fede, la vera conoscenza e la vera condotta. Secondo alcune scuole, soltanto i monaci di sesso maschile possono ottenere la liberazione. I laici, tuttavia, possono partecipare ai meriti dei monaci, tramite i “piccoli voti” – paralleli, ma meno severi, rispetto ai “grandi voti” dei monaci – e così avanzare anche loro, lungo la ruota delle reincarnazioni, verso la liberazione. I “grandi voti” (mahavratas) dei monaci sono cinque, e consistono nell’astenersi dal violare la santità della vita –umana e anche animale –, dalla menzogna, dal prendere quanto non è gratuitamente concesso, dalla violazione delle regole della castità e dalla proprietà privata. Alcune scuole aggiungono un sesto voto, che consiste nell’astenersi dal mangiare e bere di notte, anche perché così facendo si potrebbero inavvertitamente – al buio – ingoiare, insieme ai cibi e alle bevande, degli insetti violando così il primo voto.

I monaci rimangono in genere per quattro mesi nella stessa località; per il resto dell’anno, percorrono l’India come mendicanti. I “piccoli voti” (anuvratas) dei laici sono paralleli a quelli dei monaci, ma meno rigorosi, e sono completati da sette voti minori, uno dei quali – di notevole importanza sociale – riguarda l’elemosina e il dovere di sostenere i monaci. Nella tradizione giainista è importante il digiuno: in molte scuole, i laici digiunano nell’ottavo e nel quattordicesimo giorno di ogni mese lunare. Per quanto si discuta se questo aspetto fosse originariamente estraneo alla tradizione giainista, e di origine posteriore, per i laici – e in una certa misura per i monaci – una serie di pratiche devozionali nei templi ha oggi grande rilievo.

Uno degli aspetti più paradossali della vita spirituale giainista – oggetto di controversie, anche legali, negli Stati Uniti, dove numerosi giainisti sono emigrati – è ilsamlekhana, un digiuno particolarmente severo, condotto nella meditazione e nella preghiera, talora protratto fino alla morte, che in tal caso è definita “la morte del saggio”. In pratica, sono pochi oggi i giainisti che scelgono questa pratica estrema, e parlare di “suicidi di massa” è semplicemente caricaturale. È vero, peraltro, che – in particolare dopo l’incontro con il tantrismo – alcune scuole giainiste hanno rovesciato in senso antinomico e paradossale il sistema delle regole e dei voti, sostituendo per esempio alla castità una pratica piuttosto libera della sessualità, affrontata con piena consapevolezza e rimanendo padroni dei propri atti ed emozioni. È in questa tradizione antinomica che s’inserisce il più noto maestro contemporaneo di origine giainista, Osho Rajneesh; giainista quanto a famiglia ed educazione, ma nel cui insegnamento entrano sicuramente elementi di provenienza assai diversa.

B.: L’opera di riferimento fondamentale è la Encyclopaedia of Jainism, a cura di Nagendra K. Singh, 30 voll., Indo-European Jain Research Foundation – Anmol Publications, Nuova Delhi 2001. Una buona introduzione generale è quella di Paul Dundas, The Jains, Routledge, Londra – New York 1992, cui si possono aggiungere Paul du Breuil, Les Jaîns de l’Inde, Aubier, Parigi 1990; John E. Cort, Jains in the World. Religious Values and Ideology in India, Oxford University Press, Oxford 2001; e – in italiano – Carlo Della Casa, Il giainismo, Bollati Boringhieri, Torino 1993; Sri Jinendra Varni – Sagarmal Jain (a cura di), Saman Suttam. Il canone del Jainismo, ed. it. a cura di Claudia Pastorino e Claudio Lamparelli, Mondadori, Milano 2001; Claudia Pastorino – Massimo Tettamanti, Il Jainismo. La più antica Dottrina della Nonviolenza, della Compassione e dell’Ecologia, Cosmopolis, Torino 2002. Sulla cosmologia, importante è l’opera di Colette Caillat – Ravi Kumar, The Jain Cosmology, Harmony Books, New York 1981. Sugli aspetti sociologici: Michael Carrithers – Caroline Humphrey, The Assembly of Listeners. Jains in Society, Cambridge University Press, New York 1991.