prot_01Sotto il nome di “protestantesimo” sono rubricate un gran numero di denominazioni e comunità. Già nel 1991 lo storico americano Martin Marty scriveva che nel mondo si contavano 21.104 diverse denominazioni che potevano essere considerate “protestanti” e che il numero si accresceva in ragione di cinque alla settimana; e in effetti, secondo l’autorevole report annuale del Center for the Study of Global Christianity, fondato da David B. Barrett (1927-2011) – cfr. Todd M. Johnson – Gina A. Zurlo – Albert W. Hickman – Peter F. Crossing, “Christianity 2016: Latin America and Projecting Religions to 2050”, International Bulletin of Mission Research, vol. 40, n. 1, gennaio 2016, pp. 22-29 –, attualmente le denominazioni sono giunte alla cifra di 46.000 (erano 18.800 nel 1970 e 34.200 nel 2000). Dal punto di vista numerico, secondo gli autori del report citato, noti per essere i maggiori esperti di statistiche relative al mondo cristiano, nel 2016 i “protestanti” – nozione in cui essi fanno rientrare non solo i protestanti cosiddetti storici, ma anche gli avventisti, la prima ondata pentecostale, nonché gli anglicani (che fino al 2014 erano conteggiati separatamente, ed erano 92.268.000), le cui articolazioni possono essere fatte rientrare, anche se non senza problemi, in una nozione ampia di “protestantesimo” – nel mondo sono 549.611.000. A questa cifra vanno in parte affiancati i “cristiani indipendenti”, non tutti però “protestanti” e in gran parte membri di denominazioni pentecostali di ondate successive alla prima, che secondo gli stessi autori sono 427.096.000. Si può quindi stimare il totale dei protestanti in senso lato – assumendo che tre quarti degli “indipendenti” siano o pentecostali ovvero di ispirazione luterana, battista e metodista – a circa 869.933.000, il 35,6% dei cristiani presenti nel mondo, stimati in 2.443.679.000 persone, ossia il 33% della popolazione mondiale, stimata in 7.404.977.000 persone. È peraltro evidente che si può giungere a stime molto diverse, a seconda che si prendano in considerazione i soli membri “attivi” ovvero anche quelli “nominali”.

Di fronte al gran numero e alla grande varietà di denominazioni e credenze alcuni negano che sia possibile dare una definizione precisa del protestantesimo. Alcuni ritengono, da un punto di vista storico, che sia possibile definire “protestanti” le denominazioni che hanno nel loro albero genealogico un riferimento almeno remoto alla Riforma protestante “storica”, cioè a Lutero, Calvino, Zwingli e, per chi considera gli anglicani come protestanti, le personalità che si situano alle origini della Chiesa d’Inghilterra. Non a caso le definizioni “storiche” del protestantesimo hanno corso soprattutto in Europa, dove la percentuale di eredi diretti della Riforma “storica” sul totale dei “protestanti” è più importante, mentre negli Stati Uniti e in America Latina la prevalenza numerica di altre tradizioni (battisti, pentecostali) per cui la ricostruzione di un albero genealogico è comunque più problematica rischia di mettere in crisi le definizioni che fanno riferimento alla storia. Altri autori – fra cui, in particolare, il sociologo francese Jean-Paul Willaime – non ritengono impossibile enucleare alcune caratteristiche insieme sociologiche e dottrinali del protestantesimo come categoria generale. Willaime richiama l’attenzione sul fatto che il protestantesimo nasce e si definisce – anche al di là di una indagine sulle intenzioni soggettive dei suoi primi fondatori – in opposizione al cattolicesimo. Estrapolando dai lavori di Willaime e di altri possiamo reperire – in questa chiave – tre caratteristiche fondamentali del protestantesimo:

a) il modo di elaborazione della verità religiosa (in altre parole il principio epistemologico del protestantesimo) è diverso da quello cattolico, in quanto insiste sulla sola Scriptura, “sulla Bibbia come sola autorità in materia di fede e di vita ecclesiale”. Questa opzione epistemologica originaria è peraltro aperta a sviluppi molto diversi: a causa del principio sola Scriptura “il protestantesimo è un fondamentalismo, ma nello stesso tempo, per la sua insistenza sul libero esame e il rifiuto di ogni magistero ecclesiastico, è un liberalismo” (Jean-Paul Willaime, La Précarité protestante. Sociologie du protestantisme contemporain, Labor et Fides, Ginevra 1992, p. 78);

b) dal punto di vista dell’esperienza religiosa (cioè del principio antropologico) il protestantesimo – sulla base, del resto, del suo principio epistemologico – privilegia l’esperienza individuale del credente rispetto all’inserimento in una comunità strutturata e gerarchica. Anche questo elemento – nei termini di Willaime – è “precario” perché può condurre alternativamente (e qualche volta insieme) all'”emozionalismo” e all'”intellettualismo”;

c) infine, dal punto di vista del modo di costruzione dell’autorità (cioè del suo principio sociologico), il luogo della verità non è più nell’istituzione in quanto tale, ma nel messaggio proclamato da questa istituzione. Per giudicare se il messaggio è proclamato “correttamente”, è costruita socialmente la figura del “pastore” come specialista della Bibbia, persona che conosce meglio la Bibbia di quanto non la conoscano i singoli fedeli, o in virtù dei suoi studi e della sua erudizione ovvero in virtù della sua esperienza di fede particolarmente intensa e del suo carisma. Anche qui sono possibili sviluppi in direzioni molto diverse: se il principio epistemologico può portare al liberalismo o al fondamentalismo, le comunità “liberali” finiranno per essere dominate dai teologi e quelle “fondamentaliste” da predicatori di tipo carismatico. Anche se alcune Chiese hanno istituito il ministero dei vescovi, in ogni caso l’autorità non è istituzionale ma personale; non deriva dal munus gerarchico ma dalla competenza (teologica o carismatica).

Che si debba parlare di protestantesimi, al plurale, è chiaro da molti anni a quanti studiano il mosaico protestante. Alcune distinzioni antiche – che peraltro sono mantenute in diversi ambienti – sono tuttavia troppo semplici, di fronte all’estrema varietà di denominazioni e movimenti. Così è per la distinzione fra un protestantesimo sacramentale o liturgico e un protestantesimo non sacramentale e anti-liturgico. La prima categoria comprenderebbe infatti soltanto la Comunione anglicana (e neppure tutte le sue componenti) e alcune denominazioni luterane. Insufficiente è anche la distinzione tra un protestantesimo calvinista – legato a una rigorosa interpretazione della dottrina della predestinazione – e un protestantesimo arminiano, che – attraverso le teorie del teologo olandese Jacob Arminius (1560-1609) – sfugge al rigorismo in tema di predestinazione, affermando – contro il calvinismo classico – che Gesù Cristo è morto per tutti (non solo per i predestinati), che Dio – prima della predestinazione – prevede chi accetterà la grazia salvifica di Gesù Cristo e chi la respingerà, che alla grazia di Dio si può resistere e, dopo averla accettata, la si può rifiutare di nuovo e cadere. Per quanto la distinzione sia utile e importante, la problematica della predestinazione non è al centro di tutto il protestantesimo ma soltanto di un suo segmento, per quanto ampio. Insufficiente, infine, è la distinzione – dominante nella letteratura di lingua tedesca – fra Chiese istituzionali (cioè legate allo Stato, come sono in genere quelle della prima generazione della Riforma storica) e Chiese libere (Freikirchen). Il legame con lo Stato è certamente meno costitutivo oggi di un certo tipo di protestantesimo di quanto lo sia stato in passato, anche se in numerose regioni europee rimane importante e se l’origine come Chiesa istituzionale o come Chiesa libera segna ancora in modo profondo numerose comunità protestanti.

Meno rilevante di quanto spesso si creda è anche l’adesione o meno a organismi di collaborazione inter-protestantica come il World Council of Churches (WCC) o Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) o, in Italia, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI). Questi organismi sono certamente molto importanti, ma la decisione di aderirvi o meno deriva spesso da ragioni “politiche” o strategiche, che poco hanno a che fare con caratteristiche dottrinali o teologiche. Solo una vulgata caricaturale potrebbe considerare “Chiese” le denominazioni che aderiscono al WCC o alla FCEI e “sette” quelle che ne rimangono fuori (se si adottasse questo criterio il kimbanguismo dello Zaire, che presenta elementi di notevole originalità, sarebbe stato – finché è rimasto membro a pieno titolo del WCC – una “Chiesa” mentre la denominazione di maggioranza relativa nel protestantesimo statunitense, quella dei Battisti del Sud, costituirebbe una “setta”).

Tra i sociologi che tengono ancora conto delle categorie di Max Weber (1864-1920) è corrente la tripartizione del protestantesimo in tre categorie: protestantesimo tradizionale, ascetico e romantico. Il protestantesimo tradizionale – i cui rapporti con la modernità non andrebbero esagerati – comprenderebbe il mondo anglicano, le comunità luterane e la prima generazione calvinista. Il protestantesimo ascetico – quello che, secondo Weber, mostrerebbe in modo così evidente le sue “affinità elettive” con lo “spirito del capitalismo” – comprenderebbe i movimenti calvinisti di seconda generazione (soprattutto anglo-americani), i pietisti, i metodisti e i battisti. A queste due categorie di Weber i neo-weberiani – sulla scia del sociologo Colin Campbell – aggiungono una terza categoria, il protestantesimo “romantico” che sarebbe tipico della società dei consumi novecentesca e che troverebbe la sua espressione più caratteristica nel pentecostalismo. Questa tripartizione, certamente suggestiva, presuppone l’accettazione del principio weberiano di una importanza centrale dell’atteggiamento etico rispetto alla vocazione e al lavoro per classificare le denominazioni protestanti. Poiché da questo punto di vista la tesi di Weber è ancora oggi al centro di un vasto dibattito, e non può essere data per scontata, preferiamo servirci di una tipologia leggermente diversa.

Una premessa di carattere sociologico, che fa da sfondo alla tipologia di cui ci serviremo, è illustrata nello studio di Finke e Stark The Churching of America, del 1992. Questo studio parte dall’elemento di “protesta” – insieme religiosa, politica e sociale – da cui deriva la parola stessa “protestantesimo”. Tutte le comunità protestanti nella storia nascono come movimenti di protesta, alla periferia della scena religiosa, ma – non appena si dotano di un’organizzazione stabile – iniziano un processo di istituzionalizzazione. Talora abbandonano alcune dottrine e pratiche controverse; quasi sempre perdono i tratti utopistici (e spesso anche millenaristici) che avevano caratterizzato la prima generazione, consolidano i rapporti con la politica e gli Stati (o li instaurano dove in precedenza non esistevano), migliorano il livello sociale medio dei loro aderenti: in una parola si muovono “dalla periferia verso il centro”. Il loro movimento non significa che sia venuta meno – sulla scena religiosa nella società – la presenza di formazioni sociali disponibili ad aderire a un gruppo “protestante” nel senso etimologico del termine, cioè di protesta.

Mentre la prima generazione di “protestanti” ha raggiunto il centro della scena religiosa, la mainline, alla periferia – lasciata libera dalla prima generazione che si è spostata – nascono nuovi movimenti di protesta, i quali proclamano il loro desiderio di rimanere “fuori da Babilonia” e di ritornare alla “purezza” originaria. Il modello di Finke e Stark prevede che questi “buoni propositi” non dureranno a lungo: a poco a poco anche la seconda generazione sarà coinvolta in un processo di istituzionalizzazione, diventerà “rispettabile” e si muoverà dalla periferia verso il centro. La periferia, nuovamente abbandonata, vedrà così nascere una terza generazione di movimenti di protesta, che nel giro di qualche decennio inizieranno a marciare verso il centro, e così via.

Il modello di Finke e Stark è stato criticato per la sua insistenza su fattori di carattere sociale e anche economico, e per il paragone – suggestivo, ma di cui a prima vista qualcuno potrebbe abusare – fra una “economia religiosa” in cui si confrontano migliaia di denominazioni e comunità diverse, e il mercato dei beni e dei servizi in cui competono migliaia di produttori. In realtà lo schema di Finke e Stark va riempito utilizzando elementi di carattere dottrinale e teologico. Possiamo così distinguere, schematicamente, fra tre protestantesimi, cui si aggiungono il protestantesimo pentecostale, il filone che deriva dalla Riforma radicale e il filone avventista; una posizione particolare occupa la cosiddetta “corrente metafisica”.

Il primo protestantesimo (“storico”) è costituito dalle comunità nate direttamente dalla Riforma storica – anche se in seguito frammentate da numerosi scismi -: luterani e calvinisti (presbiteriani), cui si possono per molti versi avvicinare le comunità della Comunione anglicana (chiamate “episcopaliane” negli Stati Uniti), anche se non mancano storici che considerano il mondo anglicano irriducibile al protestantesimo e preferirebbero farne un tertium genus intermedio fra il mondo cattolico e quello protestante. Nel primo protestantesimo rientrano, con caratteristiche proprie, anche i valdesi, eredi di una tradizione protestante pre-riformata passata attraverso diverse trasformazioni.

Il secondo protestantesimo (chiamato originariamente “evangelico” – aggettivo che ha peraltro diversi significati – e in seguito “di risveglio”) è costituito dai movimenti di risveglio o revival che protestano contro la mancanza di fervore (in particolare fervore missionario) – non di rado attribuita al legame troppo stretto con gli Stati europei del protestantesimo storico, insistendo sull’incontro con Gesù Cristo come esperienza personale che spinge alla missione. La protesta nel mondo luterano produce il pietismo; nel mondo anglicano, il metodismo; e nel mondo presbiteriano, il battismo. La storiografia più recente insiste sulla derivazione dei battisti principalmente dal calvinismo, ripudiando le tesi più antiche secondo cui il movimento battista deriverebbe invece anzitutto dalla Riforma radicale e dall’anabattismo (anche se un’influenza anabattista rimane evidente su certi aspetti di tutto il mondo battista). Il tentativo di unificare i risvegli – e le comunità protestanti in genere – produce le denominazioni che derivano dal movimento detto Movimento di Restaurazione o “campbellita” (Discepoli di Cristo, Chiese di Cristo, “Chiese cristiane”), che hanno tuttavia caratteristiche così originali da meritare una trattazione a parte.

Il terzo protestantesimo è costituito dai movimenti che considerano ormai troppo “istituzionalizzate” e fredde le stesse comunità nate dai risvegli del secondo protestantesimo. Rientrano in questa terza ondata protestante vari tipi di “Chiese libere”, i movimenti “di santità”, le correnti perfezioniste, e anche il fondamentalismo (che è per altri versi una tendenza che attraversa tutte le comunità protestanti, più antiche o più recenti) quando non rimane all’interno delle denominazioni già esistenti ma si organizza in denominazioni autonome che protestano contro il “liberalismo” insieme teologico e morale delle comunità protestanti di origine più antica.

La corrente pentecostale-carismatica nasce nel XX secolo. Diversi storici – legati in particolare al primo e al secondo protestantesimo – la considerano come una semplice variante del movimento holiness e quindi come parte del terzo protestantesimo. Anche molti esponenti del mondo pentecostale si considerano parte del terzo protestantesimo. La questione è complessa. Peraltro, il terzo protestantesimo – in molte delle sue denominazioni più importanti e dei suoi predicatori più prestigiosi – non ha accettato la corrente pentecostale-carismatica come sua parte. Anche dal punto di vista sociologico il mondo pentecostale-carismatico e il mondo delle denominazioni holiness – dopo una fase confusa in cui alcune di queste ultime si sono trasformate in denominazioni pentecostali (mentre altre hanno lottato duramente contro il pentecostalismo) – si presentano come piuttosto distinti. Ci sarebbero pertanto ragioni per considerare il mondo pentecostale-carismatico come un protestantesimo sui generis, o un quarto protestantesimo distinto dal terzo, anche se la questione rimane in qualche modo aperta.

Mentre una linea storica di sviluppo del protestantesimo – forse principale, ma non unica – muove dalla cosiddetta “Riforma storica” e va dal primo protestantesimo alla corrente pentecostale, una seconda linea muove dalla Riforma radicale, che si afferma in conflitto e in contestazione con i padri storici della prima Riforma. Questo protestantesimo radicale è in genere considerato parte integrante e imprescindibile dell’eredità protestante, ma presenta caratteristiche peculiari.

Il protestantesimo avventista nasce nel XIX secolo dall’interesse per le speculazioni sulla fine del mondo, trasversale ai primi due protestantesimi, che genera però una serie di denominazioni separate dopo la crisi seguita alla diffusa attesa di avvenimenti apocalittici dell’anno 1844. Nate con caratteristiche talora simili a certi movimenti profetici di origine cristiana, le principali denominazioni avventiste si sono gradualmente riavvicinate al mondo protestante “evangelico”, di cui oggi possono essere considerate parte. Al mondo protestante classico, con varie iniziative di dialogo, si sono avvicinate anche denominazioni nate dalla “corrente metafisica” come la Christian Science, così che si può parlare di protestantesimo metafisico con riferimento a realtà che una parte della ricerca sociologica inquadra anche nella categoria più generale delle “religioni di guarigione”.

Distinte dalle Chiese, comunità e denominazioni sono le parachiese, strutture di servizio (missionario, evangelistico o caritativo) che si pongono al servizio di una pluralità di realtà protestanti diverse e che operano per l’animazione cristiano-evangelica della società senza cercare di avviare chi entra in contatto con loro a una denominazione particolare.

Nel distinguere fra diversi protestantesimi abbiamo finora sottolineato soprattutto il movimento dalla periferia verso il centro che caratterizza ogni nuova generazione protestante, una caratteristica di tipo sociologico. La distinzione fra vari protestantesimi ha tuttavia un rilievo anche teologico e culturale, che sembra confermarne l’opportunità. Dal punto di vista teologico – considerata la rilevanza che il protestantesimo in genere dà alla nozione di esperienza – i diversi protestantesimi sono caratterizzati ciascuno dalla insistenza su un tipo particolare di esperienza (che non sopprime le esperienze già emerse nelle correnti precedenti, ma le reinterpreta e le integra).

Così nel primo protestantesimo l’esperienza centrale – a partire dalla vita stessa di Martin Lutero – è quella della giustificazione per sola fede. Nel secondo protestantesimo l’esperienza fondamentale – che si aggiunge a quella della giustificazione – è costituita dall’incontro personale con Gesù Cristo, che nel movimento metodista diventa la “santificazione”. Per il fondatore del metodismo, John Wesley, la santificazione è piuttosto un processo, che si completa soltanto alla fine della vita. Ma, già qualche anno dopo la morte di Wesley, nel movimento metodista diventerà popolare l’idea della santificazione come “secondo lavoro della grazia” – seconda esperienza successiva e parallela rispetto alla giustificazione – che può essere sperimentato in un momento preciso della vita del fedele. Elaborando ulteriormente la tesi della santificazione istantanea il terzo protestantesimo introdurrà un nuovo concetto, quello di “perfezione” come esperienza radicale che costituisce il fedele, già giustificato per fede e santificato, in uno stato di libertà dal peccato che non potrà più essere perduto. Nel protestantesimo pentecostale l’esperienza della perfezione – ribattezzata “battesimo nello Spirito” (un’espressione che aveva già avuto corso nel terzo protestantesimo) – è collegata al dono delle lingue che ne costituisce la “prova”. Giustificazione per fede, santificazione, perfezione e dono delle lingue diventano così – a grandi linee – le esperienze centrali intorno alle quali ruotano queste quattro forme di protestantesimo, mentre proprio il diverso modo di auto-costruzione dell’esperienza religiosa giustifica una classificazione separata per il protestantesimo radicale, avventista e metafisico.

Dal punto di vista culturale, limitandoci qui alle prime quattro forme di protestantesimo elencate, non si può non rilevarne il nesso con avvenimenti e tendenze della storia culturale dell’Occidente. Così come il primo protestantesimo denuncia la penetrazione nella Chiesa di Roma dell’umanesimo, ma insieme introduce nel cristianesimo un principio epistemologico che da certi aspetti dell’umanesimo non è lontano, il secondo e il terzo protestantesimo, e il mondo pentecostale, rappresentano insieme reazioni contro l’illuminismo e la modernità e movimenti che di questi fenomeni subiscono, loro malgrado, l’influenza.

Così il secondo protestantesimo da una parte denuncia i pericoli dell’illuminismo e lo attacca – talora in termini molto virulenti – come ideologia destinata a condurre l’Occidente alla scristianizzazione e all’ateismo. Dall’altra – come è stato rilevato – “malgrado la sua costante opposizione alla mentalità del Secolo dei Lumi (…) il protestantesimo evangelico [cioè il protestantesimo “di risveglio”, il secondo protestantesimo] è stato ben più influenzato da quest’ultima di quanto non abbia mai voluto ammettere” (così Peter Hocken, Le Réveil de l’Esprit. Les Églises pentecôtistes et charismatiques, Fides, Montréal 1994, pp. 65-66); “la sua emergenza era di per se stessa l’espressione dell’Età della Ragione” (David W. Bebbington, Evangelicalism in Modern Britain. A History from the 1730s to the 1980s, Unwin Hyman, Londra 1989, p. 53).

Il terzo protestantesimo critica vivacemente le ideologie dell’Ottocento e del Novecento e la loro penetrazione all’interno del mondo protestante (che spesso passa per l’accettazione dell’evoluzionismo biologico di marca darwiniana), ma al tempo stesso è caratterizzato dal perfezionismo, cioè dalla ricerca di una perfezione da conseguire qui in Terra (nella santità individuale nel movimento holiness; nell’interpretazione della Bibbia in modo assolutamente esatto e incontrovertibile nelle denominazioni fondamentaliste autonome; nell’organizzazione sociale nei gruppi perfezionisti che decidono di vivere in comunità) che riflette a suo modo i sogni delle ideologie moderne. Anche a proposito di questa corrente – e in particolare del fondamentalismo autonomo – si è potuto osservare un rapporto inconsapevole – ma non per questo meno forte – con il positivismo e con le ideologie moderne: per esempio, come il positivismo ritiene possibile una conoscenza esatta e fotografica della natura, che non lasci margini alle incertezze dell’interpretazione, così il fondamentalismo ritiene possibile un’interpretazione altrettanto esatta e fotografica della Bibbia.

Il protestantesimo pentecostale, dal canto suo, con la sua avversione alle denominazioni organizzate e strutturate (il che, per il processo che abbiamo già descritto, non gli ha impedito di costituirne) e con il suo desiderio di costituire semplici network di comunità locali indipendenti, si inserisce nel clima culturale di estrema frammentazione culturale, sociale e morale che annuncia la crisi della modernità e il successivo passaggio al cosiddetto postmoderno. Mentre da una parte il pentecostalismo reagisce vivacemente contro questa frammentazione (riaffermando con vigore il carattere non negoziabile dei principi cristiani fondamentali, soprattutto in campo morale), dall’altra è influenzato da un clima culturale che avversa le realtà socialmente strutturate, e per questo si mantiene fedele per quanto gli è possibile all’ideale del network.

La nostra proposta tipologica postula che sia possibile distinguere nel mondo protestante diverse categorie di denominazioni. Recentemente questa possibilità è stata criticata in radice da parte di una serie di sociologi i quali ritengono che le differenze tra le denominazioni siano oggi molto meno importanti delle differenze all’interno di ciascuna denominazione. Secondo questi autori non si dovrebbero distinguere diversi protestantesimi raggruppandoli per denominazioni, ma distinguere le identità protestanti che percorrono in modo trasversale tutte o quasi le denominazioni dividendole al loro interno. In genere la distinzione trasversale proposta comprende tre gruppi: protestanti liberali (o “ecumenici”), evangelical e fondamentalisti. La distinzione ha, certamente, un grande significato. Per apprezzarlo occorre, anzitutto, non farsi fuorviare dall’appartenenza di una denominazione alle organizzazioni di cooperazione interprotestantica che raggruppano alcune delle denominazioni che si schierano nell’uno o nell’altro campo. Grosso modo si può dire che le denominazioni “liberali” facciano parte negli Stati Uniti del National (un tempo Federal) Council of Churches e su scala internazionale del World Council of Churches (Consiglio Mondiale – o Ecumenico – delle Chiese: WCC); le denominazioni evangeliche della National Association of Evangelicals (NAE) e di quella che fino al 2001 si chiamava World Evangelical Fellowship (Alleanza Evangelica Mondiale: WEF) e ora World Evangelical Alliance (WEA); e le denominazioni fondamentaliste dell’American Council of Christian Churches (ACCC), cui corrisponde a livello internazionale l’International Council of Christian Churches (ICCC). In realtà tuttavia non mancano eccezioni, e del resto i tre organismi raccolgono negli Stati Uniti solo una minoranza delle denominazioni (la maggioranza non aderisce a nessuno dei tre). Soprattutto, gli autori che sottolineano l’importanza della distinzione fra liberali, evangelical e fondamentalisti insistono sul fatto che non si tratta di un nuovo sistema per distinguere fra loro le denominazioni ma di spaccature che percorrono all’interno molte denominazioni.

Al riguardo, dopo avere chiarito a proposito delle denominazioni “liberali” (schierate su posizioni culturali e teologiche “progressiste”) che l’aggettivo “ecumenico” non significa che siano le uniche impegnate nell’ecumenismo ma che fanno parte del Consiglio Mondiale delle Chiese, chiamato anche – come abbiamo visto – Consiglio Ecumenico delle Chiese, sembra opportuno interrogarsi sui diversi significati della parole “evangelico” (ci interrogheremo su un’altra parola ambigua, “fondamentalista”, nel capitolo sul terzo protestantesimo). Per quanto riguarda l’espressione “evangelico” possiamo distinguere fra quattro diversi significati:

 I.              in un primo significato, “evangelico” è semplicemente sinonimo di protestante (contrapposto a “cattolico”, in quanto il protestante farebbe riferimento al solo Vangelo, alla sola Scriptura): questo uso del termine “evangelico” è diffuso soprattutto nei paesi a maggioranza cattolica e in quelli di lingua tedesca, e non sorprende pertanto di vedere in Europa anche Chiese valdesi o luterane presentarsi al pubblico semplicemente come “Chiese evangeliche”;

II.           in un secondo significato – popolare negli Stati Uniti fra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, ma ormai largamente abbandonato – le denominazioni “evangeliche” (nel senso, piuttosto, di più vicine all’entusiasmo nei tempi evangelici) erano quelle, più “popolari” del secondo protestantesimo, che reagivano contro la freddezza delle denominazioni più antiche;

III.         nel XX secolo si è affermata nella lingua inglese l’uso di evangelical (talora tradotto in italiano “evangelicale” e che noi preferiamo lasciare spesso in inglese) come sinonimo di “conservatore”, contrapposto a liberal o, appunto, a “ecumenico” (con riferimento alla polemica dei conservatori contro il Consiglio Ecumenico delle Chiese); in questo senso a lungo “evangelico” è stato usato come sinonimo di “fondamentalista”; ma – soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale – almeno negli Stati Uniti è diventata scontata la distinzione all’interno del protestantesimo conservatore fra un campo “evangelico” (o “neo-evangelico”), più moderato, e uno “fondamentalista”, più estremista;

IV.         infine – mentre fino ad anni recenti i protestanti “evangelici” nel terzo significato del termine erano critici nei confronti dei pentecostali – oggi le associazioni e le parachiese che promuovono la collaborazione interevangelica accolgono alcune delle denominazioni pentecostali (per esempio la Chiesa di Dio con sede a Cleveland, nel Tennessee, una delle grandi denominazioni pentecostali, fa parte della NAE) e, particolarmente in America Latina, “evangelico” è usato anche come sinonimo di “pentecostale”.

In un paese come l’Italia quando ci si trova di fronte a un edificio denominato “chiesa evangelica” ci si deve sempre chiedere in quale senso l’aggettivo è usato: può trattarsi di qualunque forma del protestantesimo, dalla Chiesa valdese – la più antica fra le comunità protestanti – fino ai più recenti movimenti del filone pentecostale. Nella sociologia del protestantesimo, “evangelico”, in ogni caso, significa “conservatore moderato”, contrapposto da una parte a “liberale” (o “ecumenico”, nel senso precisato), dall’altra a “fondamentalista”; e in questo senso si è cercato di usare “evangelico” e (più spesso) evangelical (rinunciando a neologismi che pure si vanno diffondendo, come “evangelicale”) in questa sede. Ma l’uso della parola rimane, come si è visto, ambiguo.

B.: Sulle definizioni, le tipologie e le periodizzazioni cfr., in particolare, Giorgio Bouchard, Chiese e movimenti evangelici del nostro tempo, Claudiana, Torino 20032; Jean-Paul Willaime, La Précarité protestante. Sociologie du protestantisme contemporain, Labor et Fides, Ginevra 1992; Colin Campbell, The Romantic Ethic and the Spirit of Consumerism, Basil Blackwell, Oxford 1987; Roger Finke – Rodney Stark, The Churching of America, 1776-1990. Winners and Losers in Our Religious Economy, Rutgers University Press, New Brunswick (New Jersey) 1992; M. Introvigne, I protestanti, Elledici, Torino 1998. Molto utile dal punto di vista storico è la collezione Protestantesimo nei secoli. Fonti e documenti, curata da Emidio Campi, di cui sono usciti finora i volumi dedicati al Cinquecento e Seicento (Claudiana, Torino 1991), e al Settecento (Claudiana, Torino 1997). Fondamentale per le origini del primo protestantesimo – anche se oggi contestata su alcune conclusioni – è l’opera di Joseph Lortz, La riforma in Germania, trad. it. 2 voll., Jaca Book, Milano 1979-1981; sullo stesso tema cfr. Giorgio Tourn, I Protestanti: una rivoluzione. 1. Dalle origini a Calvino (1517-1564), Claudiana, Torino 1993. Per gli aspetti dottrinali si consulterà utilmente anche Alister E. McGrath, Il pensiero della Riforma. Una introduzione, 3a ed. accresciuta e aggiornata, trad. it., Claudiana, Torino 1999. Un utile strumento di consultazione è la Encyclopédie du Protestantisme, Cerf, Parigi e Labor et Fides, Ginevra, 1995.