movimenti profetici iniziati nei paesi in via di sviluppoChiesa di Gesù Cristo sulla Terra per mezzo del Profeta Simon Kimbangu
(Non esistono sedi in Italia; i fedeli – a Roma e altrove – si riuniscono presso chiese protestanti; cfr. il sito Internet www.kimbanguisme.net)

Simon Kimbangu (1889-1951), di etnia bakongo, nasce poco prima dell’istituzione formale del Congo Belga ed è allevato dai missionari protestanti della British Missionary Society. Poco dopo il matrimonio (1915) ha una prima visione in cui il Signore lo incarica di annunciare il Vangelo. Protestando la sua indegnità, Kimbangu rifiuta. Nel 1919 una serie di epidemie e la siccità convincono Kimbangu ad abbandonare la sua attività di coltivatore di tabacco e a trasferirsi nella capitale Léopoldville (oggi Kinshasa), dove lavora come operaio alle Huileries du Congo Belge ed entra probabilmente in contatto con idee garveyiste (incentrate sul recupero dell’identità culturale e religiosa africana, e alle origini dei rastafariani). La “Voce” continua nel frattempo a chiamarlo a una missione profetica, cui si decide nel marzo 1921. Dal 6 aprile al 6 giugno 1921 esercita il suo ministero profetico a Nkamba, non lontano dalla capitale, attirando grandi folle con i suoi doni di guarigione.

Le sue attività profetiche – dietro cui è sospettata (forse a torto) un’agitazione anti-coloniale – sono vietate dalle autorità belghe, ma continuano nonostante i divieti. Il 6 giugno è inviato contro Nkamba un distaccamento militare; Kimbangu riesce a sfuggire all’arresto, ma è catturato il 12 settembre, processato e condannato a morte. La pena è poi commutata nel carcere a vita e, per sei mesi di attività profetica, Kimbangu dovrà scontare trent’anni di carcere in vari penitenziari, fino alla morte avvenuta nel 1951.

Contrariamente a tutte le aspettative dell’autorità coloniale, la prolungata detenzione del ngunza (profeta-guaritore) non toglie vigore a quello che è molto di più di un piccolo episodio locale. Sotto la guida della moglie del profeta, Maria Mwilu Kiawanga (†1959), in costante contatto con il marito detenuto, e poi – fino a oggi – dei suoi figli e nipoti, il kimbanguismo non solo resiste, ma continua a crescere, subendo nel frattempo anche alcuni scismi. Dopo la morte di Maria Mwilu Kiawanga – considerata il punto di focalizzazione dei fedeli – la successione di Simon Kimbangu è stata assicurata dal minore dei tre figli, Joseph Diangienda Kuntima (1918-1992), coadiuvato dal fratello maggiore Charles-Daniel Kisolokele Lukelo (1914-1992); alla scomparsa dei due fratelli, nel 1992, è succeduto alla guida della Chiesa il terzo fratello, Salomon Kiangani Dialungana (1916-2001), al quale è ulteriormente succeduto il figlio Simon Kimbangu Kiangani, che nel 2011 ha ottenuto la revisione postuma del processo contro il fondatore del 1921 e l’annullamento della condanna, un avvenimento salutato con grande gioia dai kimbanguisti.

Già il 24 dicembre 1959, rivelatasi inutile la persecuzione – (seimila kimbanguisti erano stati incarcerati o inviati al confino fra il 1921 e la fine degli anni 1950) –, le autorità avevano riconosciuto la Chiesa di Gesù Cristo sulla Terra per mezzo del Profeta Simon Kimbangu come religione autorizzata in Congo. Dopo l’indipendenza, la Chiesa Kimbanguista ha cercato di giocare un ruolo nella turbolenta politica del Congo (Kinshasa) – così chiamato per distinguerlo dal vicino Congo (Brazzaville), ex colonia francese –, ma è stata anche pronta ad allinearsi con il regime del presidente Mobutu Sese Seko (1930-1997), facendo proprie le sue parole d’ordine e accettando senza troppo protestare misure come la nazionalizzazione delle scuole religiose, comprese le sue, nel 1974 (peraltro revocata nel 1977) e l’iscrizione obbligatoria dei giovani al movimento giovanile del partito mobutista.

Così facendo, il kimbanguismo ha cercato di presentarsi come religione autenticamente “zairese” (dal nome, Zaire, dato al Congo [Kinshasa] da Mobutu e usato fino alla sua caduta nel 1997) e “nazionale” in un momento in cui la gerarchia cattolica e (in misura minore) quella protestante erano impegnate in un conflitto con il regime, particolarmente sulla questione delle scuole. Il regime di Mobutu è stato, a sua volta, utile alla Chiesa fondata da Simon Kimbangu con la dissoluzione legale delle “sette”, cioè, in particolare, di tutte le Chiese indipendenti diverse da quelle federate nella Chiesa di Cristo dello Zaire (oggi “della Repubblica Democratica del Congo”), dalla Chiesa Cattolica, dal kimbanguismo e dall’Islam. Dal 1979, e anche dopo la caduta di Mobutu, le “sette” sono attivamente represse, con vantaggi per il kimbanguismo in cui (più che non nella Chiesa cattolica o nel protestantesimo maggioritario) confluiscono i membri di molte “sette” disciolte.

Lo sviluppo più significativo della storia del kimbanguismo è tuttavia il lungo negoziato che lo ha portato all’ammissione, nel 1969, nel Consiglio Ecumenico (o Mondiale) delle Chiese di Ginevra. Nei negoziati ha giocato un ruolo decisivo la teologa Marie-Louise Martin, che ha finito per trasferirsi in Congo diventando direttrice della Scuola di Teologia kimbanguista. Se l’ammissione dei kimbanguisti non ha mancato di sollevare perplessità presso qualche Chiesa membra del Consiglio Ecumenico, in Congo ha a sua volta richiesto un processo di adattamento delle credenze, dei rituali e perfino di certi stili e formalità (abolizione del titolo di “Sua Santità il Papa”, con cui ci si riferiva al leader della Chiesa, sostituito dal più sobrio “Capo Spirituale”). Sotto la guida di Marie-Louise Martin la teologia kimbanguista è stata rielaborata e Simon Kimbangu, identificato con lo Spirito Santo ancora in pubblicazioni degli anni 1960, è stato piuttosto considerato un “testimone” di Cristo, l’“appoggio” speciale del popolo africano presso di lui, senza che si tratti più di vederlo come un personaggio della Trinità.

La sociologa Susan Asch, in una ricerca del 1983, notava tuttavia che le modifiche introdotte in concomitanza con l’ammissione nel Consiglio Ecumenico delle Chiese non hanno interessato che la fascia più colta e le pubblicazioni ufficiali della Chiesa. Presso la base rimane – distinto dal kimbanguismo “ufficiale” – quello che la Asch chiama “kimbanguismo dei kimbanguisti” dove le antiche credenze che identificano Simon Kimbangu con lo Spirito Santo o con il Signore continuano a persistere inalterate. Tra la fine degli anni 1980 e la fine degli anni 1990, il “kimbanguismo dei kimbanguisti” ha sempre più condizionato le scelte anche dei leader del “kimbanguismo ufficiale”, e gli sviluppi teologici dei rapporti fra kimbanguismo e Consiglio Ecumenico delle Chiese si sono inaspriti, conducendo prima a una sospensione e poi all’espulsione della Chiesa kimbanguista dal Consiglio medesimo (benché continui un difficile dialogo teologico), nonché – nell’agosto 2004 – all’interruzione dei rapporti ecumenici tra i kimbanguisti  e la Chiesa cattolica, la quale ha deciso di non riconoscere la validità del battesimo kimbanguista.

La “zairizzazione” di Mobutu, a lungo accettata e fatta propria dalla Chiesa, ha reso difficile l’espansione del kimbanguismo fuori del Congo, dove statistiche diverse gli attribuiscono da tre a diciassette milioni di fedeli. Comunità kimbanguiste esistono comunque fra l’altro – fuori del Congo (Kinshasa) – nel Congo (Brazzaville), nella Repubblica Centrafricana, in Angola, in Burundi e – in Europa – in Francia e in Belgio; in Italia il movimento è presente solo fra gli immigrati zairesi. In Africa e nella diaspora africana francofona i kimbanguisti hanno trovato un efficace strumento di propaganda nei fumetti, un mezzo di crescente importanza in Africa per comunicare messaggi politici o sociali.

A livello dottrinale si ritrova la distinzione tra “kimbanguismo ufficiale” e “kimbanguismo dei kimbanguisti”. Il kimbanguismo “ufficiale” – riveduto e corretto alla luce dei suggerimenti del Consiglio Ecumenico delle Chiese – aderisce al credo di Nicea. La Bibbia è definita “l’unico documento della nostra fede”; di Kimbangu si afferma che “ha basato il suo insegnamento unicamente sul messaggio della Bibbia”. Si spiega che quando si utilizzano espressioni come “lo Spirito Santo è disceso in Simon Kimbangu” non si intende affatto identificare il profeta con la terza persona della Trinità, ma soltanto ricordare che senza la mediazione di Simon Kimbangu, “modello del vero cristiano”, il popolo kimbanguista non sarebbe riuscito a fare suo il messaggio cristiano della salvezza. Difendendo il kimbanguismo – almeno quello “ufficiale” – un pastore protestante, Jean Lasserre, poteva scrivere già nel 1966 che “come i cattolici si avvicinano volentieri al Cristo passando attraverso la Vergine, così i kimbanguisti si avvicinano al Cristo passando attraverso Simon Kimbangu” (“L’Église kimbanguiste au Congo”, Le Monde chrétien, n. 79-80, luglio-dicembre 1966, p. 52).

E tuttavia rimangono, anche nel kimbanguismo “ufficiale”, i “comandamenti del Profeta Kimbangu” che prendono posto accanto al decalogo, e che chiedono di astenersi dalle bevande alcoliche, dal tabacco, dai feticci, dalla carne di maiale e di scimmia, dal danzare (“e anche dall’assistere alle danze”), dal fare il bagno nudi e dal dormire nudi. Restano pure una serie di peculiarità sui sacramenti: accanto al battesimo, al matrimonio e all’ordine, l’eucarestia è stata introdotta solo recentemente: il vino e il pane sono sostituiti dal miele e da un dolce locale a base di uova e patate e il suo ruolo rimane in qualche modo secondario. Più importanti sono le cerimonie tipicamente kimbanguiste, che comportano fra l’altro lunghe sfilate e fanfare (derivate anche dall’influsso dell’Esercito della Salvezza, forte nello Zaire nell’epoca coloniale).

B.: Fonti primarie sono l’opera di Marie-Louise Martin, Kimbangu: An African Prophet and His Church, William B. Eerdmans, Grand Rapids (Michigan) 1976; e quella di Diangienda Kuntima (figlio e successore di Kimbangu), Histoire du Kimbanguisme, Éditions Kimbanguistes, Kinshasa 1984. In generale cfr. pure Susan Asch, L’Église du prophète Kimbangu: de ses origines à son rôle actuel au Zaïre (1921-1981), Karthala, Parigi 1983. Tra gli esempi di fumetti di qualità prodotti dai kimbanguisti cfr. Serge Diantantu, Simon Kimbangu: la voix du peuple opprimé, mort au bout de 30 années de prison, Mandala, Amfreville-la- Mivoie (Francia) 2002. Cfr. pure Jean-François Mayer, “Congo: quelle identité pour l’Eglise kimbanguiste? Entretien avec Nduku-Fessau Badze”, disponibile sul sito Internet Religioscope e, sullo stesso sito, il testo di Nduku-Fessau Badze, “À propos de la ‘Déclaration de la Conférence Episcopale Nazionale du Congo sur les relations de l’Église Catholique avec le Kimbanguisme’. Dépassionner le débat!”.