eb_02Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI)
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L’ebraismo, o giudaismo (dal nome della tribù israelita di Giuda), si presenta volentieri, più che come una semplice religione, come uno stile di vita, che traduce una teologia in un modo di vivere, rispettoso di una Legge. Il credo religioso si concretizza nella ferma professione monoteista dell’esistenza di un Dio unico, trascendente e provvidente, il quale, per mezzo di Mosè, ha concluso un’alleanza con il popolo di Israele, assicurandogli la sua protezione in cambio del rispetto della Legge; alla fine dei tempi, Dio invierà il Messia annunciato dai profeti per stabilire il regno d’Israele. Il nome di Dio che si rivela è considerato impronunciabile ed è sostituito dal cosiddetto tetragramma (Shem ha-meforash, “Nome distinto”), YHWH, sovente a sua volta sostituito da altri appellativi, fra cui Adonai (“il Signore”).

L’ebraismo crede nella sopravvivenza dell’anima e la resurrezione dei morti, e insegna che le leggi morali sono indissociabili da quelle rituali, e che i pensieri si devono tradurre in azione. Gli ebrei devono osservare le mitzvot (“norme”, “precetti”, “comandamenti”), di derivazione biblica, in ogni circostanza della vita. Il fondamento della fede ebraica si trova nei ventiquattro libri che costituiscono la Bibbia, corrispondente in questo caso all’Antico Testamento – tranne i libri deuterocanonici – della Bibbia cristiana. I testi che la compongono sono divisi in tre gruppi: Torah (Pentateuco), Nevi’im (Profeti anteriori e posteriori), Khetuvim (agiografi o Scritti). Le prescrizioni della Torah, in senso stretto il Pentateuco, ma in un senso più ampio l’intero canone biblico, sono state nel corso del tempo codificate e discusse minuziosamente nel Talmud (dalla radice lamad, “studiare”) – raccolta della Mishnàh (“ripetizione-insegnamento”), interpretazioni di carattere giuridico e normativo della Torah, e dei suoi commenti (Ghemara, “completamento”) -, di cui esiste una versione palestinese risalente al V secolo e un’altra babilonese, del VI secolo, normativa, assai più diffusa e composta da trentasei trattati. Tali prescrizioni, come pure la letteratura ebraica successiva, hanno contribuito a preservare l’identità ebraica della diaspora.

Le leggi rituali sono altrettanto vincolanti delle leggi morali. Fra le più importanti, oltre alla circoncisione per i maschi, vi sono quelle alimentari (che impediscono di cibarsi di certi animali, richiedono regole particolari per la preparazione della carne, vietano di mescolare latte e carne) e la raccomandazione di compiere tre preghiere quotidiane. La prima, al mattino, si recita entro le prime tre ore della giornata, usando uno scialle con le frange chiamato talled o tallit (“mantello per la preghiera”) e i tefillin (“filatteri”), scatolette di cuoio contenenti brani della Torah, che sono legati alla fronte e al braccio sinistro all’altezza del cuore come segno dell’alleanza con Dio. Vi è poi una preghiera del pomeriggio e una della sera, recitata dopo il tramonto. Di fronte a Dio, l’uomo dovrebbe avere costantemente la testa coperta dalla Kippàh o da un cappello, e questa prescrizione è seguita rigorosamente nell’ebraismo ortodosso.

Molto importante è anche l’osservanza del riposo dello Shabbat (dal venerdì sera al sabato sera), il giorno del Signore, in cui si deve evitare il lavoro manuale e dedicarsi alla preghiera e allo studio. Gli ebrei ortodossi durante lo Shabbat non scrivono, non telefonano e non usano mezzi di trasporto. Il culto sinagogale – che replica la liturgia ebraica, gravitante attorno ai sacrifici offerti dai sacerdoti all’epoca del Tempio, dopo la distruzione di quest’ultimo (la classe sacerdotale essendo stata sostituita dagli specialisti della Legge, i rabbini) – comprende alcune preghiere bibliche (fra cui lo Shemà, professione di fede monoteista basata su estratti biblici) e, durante lo Shabbat e i giorni di festa, altre letture bibliche e inni liturgici (piyyutîm). Il calendario ebraico prevede anche tutta una serie di feste proprie, che ricordano l’epopea del popolo di Israele. Tra le feste più importanti vi sono il Kippur (giorno di digiuno che ha lo scopo di ottenere il perdono di Dio per gli errori commessi), che segue di dieci giorni il Capodanno ebraico (Rosh hashanàh) ed è consacrato al digiuno e al perdono dei torti subiti, la festa delle Capanne (Sukkot), la Pasqua (Pesach) e la Pentecoste (Shavuot).

L’osservanza rituale – costitutiva per l’ebraismo – è, di fatto, sociologicamente presente in modo molto diversificato all’interno della comunità ebraica italiana. Anche i non osservanti spesso si ritengono parte della comunità e mantengono un qualche contatto con i luoghi di culto (sinagoghe) e con i rabbini, la cui funzione è insegnare, celebrare matrimoni e funerali, iniziare alle pratiche religiose e consigliare chi si trova in difficoltà. La discriminazione e le leggi razziali durante gli anni del fascismo e la Seconda guerra mondiale hanno distrutto parecchie comunità ebraiche storiche in Italia, e hanno indotto molti ebrei italiani all’emigrazione. Secondo una definizione proposta dall’eminente demografo Sergio Della Pergola, per “ebrei in senso stretto” si intendono coloro che si considerano soggettivamente ebrei o sono considerati ebrei dai membri della loro famiglia. Così considerati, gli ebrei nel mondo sono circa tredici milioni – secondo altri computi statistici, nel 2016 essi sono 14.351.000 –, il 40,9% dei quali vive negli Stati Uniti e il 39,3% in Israele. Si ripropone qui l’antico problema di definizioni dell’ebraismo che oscillano fra la cultura e la religione: pur registrandosi varianti fra Stati Uniti, Israele e Europa, si ritiene – sia pure in modo molto approssimativo – che il 20% degli “ebrei in senso stretto” si consideri ateo o agnostico; che un terzo frequenti almeno mensilmente una sinagoga; e che il 70% compia almeno periodicamente gesti rituali (una percentuale, come si vede, assai più alta rispetto a coloro che frequentano le sinagoghe).

L’ente rappresentativo dell’ebraismo italiano è l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, alla quale, fra l’altro, è affidato il compito di coordinare e integrare l’attività di ventuno comunità. Di queste, la più rilevante dal punto di vista statistico è quella di Roma – con circa quindicimila iscritti -, che è peraltro antecedente alla nascita del cristianesimo nonché la più antica in Occidente. Seguono, per consistenza di numero dei fedeli, le comunità di Milano (circa settemila iscritti), Firenze, Livorno, Torino, Trieste, Venezia, Genova, con un numero di iscritti fra i cinquecento e le poche migliaia. Altre comunità italiane, pur se di dimensioni ridotte, hanno grande rilievo dal punto di vista storico e culturale: fra di esse Ancona, Casale Monferrato, Ferrara e Mantova. Complessivamente, la popolazione ebraica in Italia si aggira attorno alle 35.000 unità, tenendo conto dell’aumento nel secolo XXI causato dall’immigrazione. Sotto il profilo religioso, nell’ebraismo italiano coesistono, accanto all’antica tradizione autoctona (“rito italiano”, considerato il più vicino a quello praticato in terra d’Israele prima della diaspora e tuttora in uso in diverse comunità italiane, fra le quali Roma, Milano, Torino, Ferrara), quella sefardita e ashkenazita, frutto delle varie correnti migratorie via via stabilitesi in Italia. Le comunità ebraiche italiane, pur definendosi ortodosse – all’interno della tripartizione di origine statunitense, che distingue fra ebraismo ortodosso, conservative e riformato -, lo sono in realtà dal punto di vista delle opinioni dei membri solo in minima parte, pur delineandosi un generale ritorno verso il recupero della piena ortodossia religiosa.

Nell’ordinamento italiano, tanto l’UCEI quanto le singole comunità sono dotate di soggettività giuridica in qualità di enti di culto sin dal 1930. La legge 101 dell’8 marzo 1989, in cui è recepita l’Intesa del 27 febbraio 1987, stipulata fra l’UCEI e lo Stato italiano, ha subito una modifica il 20 dicembre 1996 (legge 638). La normativa che, pertanto, oggi regolamenta i rapporti fra lo Stato e l’UCEI si articola attorno a un nucleo fondamentale di materie: assistenza spirituale assicurata negli istituti ospedalieri, nelle case di cura o di riposo e negli istituti penitenziari; istruzione religiosa; riconoscimento civile del matrimonio religioso; riconoscimento degli enti; partecipazione alla ripartizione della quota dell’otto per mille del gettito IRPEF. A questo nucleo “forte” si aggiungono, nella legge 101/1989, norme specialissime attinenti all’identità propria dell’ebraismo: il diritto al riposo sabbatico, il riconoscimento delle festività religiose ebraiche – con l’obbligo per le autorità competenti di tenerne conto nel fissare i diari per le prove di esame e di concorso -, la facoltà del giuramento a capo coperto e la macellazione rituale, la concessione di reparti speciali nei cimiteri per la sepoltura perpetua dei defunti. Nell’ordinamento italiano risultano dotati di personalità quali enti di culto non solo l’UCEI e le ventuno comunità collegate, ma anche i seguenti enti: Asili infantili israelitici, Ospedale israelitico, Casa di riposo per israeliti poveri e invalidi, Orfanotrofrio israelitico italiano G. e V. Pitigliani, Deputazione ebraica di assistenza e servizio sociale, Ospizio israelitico e Ospedale Settimio Saadun, Società israelitica di misericordia.

B.: La comprensione della cultura, riti e tradizioni ebraiche è facilitata dalla presenza in lingua italiana di alcuni testi di riferimento: Scialom Bahbout, Ebraismo, trad. it., Giunti, Firenze 1996; Elia S. Artom, La vita di Israele, Israel, Roma 1993; Pupa Garribba (a cura di), Le feste ebraiche, Com Nuovi Tempi, Roma 1999; e Abraham Joshua Heschel, Il Sabato, trad. it., Garzanti, Milano 1999. Quanto alla presenza in Italia degli ebrei, utili strumenti di approfondimento sono i seguenti titoli: AA.VV., “Gli ebrei in Italia”, in Storia d’Italia. Annali 11, voll. 1-2, Einaudi, Torino 1996; Annie Sacerdoti, Ebrei italiani. Chi sono, quanti sono, come vivono, Marsilio, Venezia 1997; Vittore Colorni, Judaica minora. Saggi sulla storia dell’ebraismo italiano dall’antichità all’età moderna, Giuffré, Milano 1991; Stefania Dazzetti, L’autonomia delle comunità ebraiche italiane nel Novecento. Leggi, Intese, Statuti, Regolamenti, Giappichelli, Torino 2008; e Vivian B. Mann, I Tal Yà, duemila anni di arte e vita ebraica in Italia, Mondadori, Milano 1998.

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