neo paganesimoTalora negli ambienti interessati s’incontra una sorta d’ingenua fiducia nella “scienza storica”, che dovrebbe essere in grado di offrire – se pure non l’abbia già offerta – la “vera” definizione del “celtismo”: una definizione dove “noi” saremo inclusi e “loro”, gli “altri”, esclusi. Naturalmente, un simile accostamento positivistico alle scienze umane non è compatibile con la prospettiva meta-teorica che ispira invece la comunità scientifica contemporanea, dal canto suo ben consapevole del carattere socialmente costruito, orientato a risultati cognitivi e continuamente negoziato delle figure teoretiche che propone, le quali rappresentano, riducono a unità e cercano di spiegare una realtà ben altrimenti complessa, di cui – in una prospettiva, appunto, result-oriented – scelgono alcuni elementi, escludendone altri. Le figure del celtismo proposte dai diversi storici non sono quindi le une più “vere” delle altre: sono strumenti di lavoro orientati a specifici risultati, il cui successo dipende sia dal contenuto informativo, sia dal potenziale allusivo, la cui importanza nel determinare l’accoglimento delle figure teoretiche è stata sottolineata dagli studi meta-teorici più recenti. Proprio a questo potenziale allusivo s’ispirano quanti – al di fuori dell’ambito degli storici – utilizzano l’una o l’altra figura del celtismo per costruire culture o spiritualità che gli osservatori esterni chiamano talvolta “neo-celtiche”.

Cercando idealmente di sorvolare in una sorta di ricognizione panoramica il variegato fenomeno delle appartenenze a organizzazioni che rimandano al fenomeno del revivalceltico così come esso si presenta oggi in Italia – e, particolarmente, in Lombardia, con presenze talora significative anche in altre regioni settentrionali (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna, Veneto) – non si potrà fare a meno di notare la presenza di tre diverse “zone”, che caratterizzano il nostro immaginario paesaggio. Tali “zone” sono accomunate da un costante, seppur più o meno esclusivo, richiamo alla tradizione celtica, e talora più in generale precristiana; tuttavia l’una si differenzia strutturalmente dall’altra in maniera talvolta sostanziale. Così, questo fenomeno non appare essere un blocco monolitico, ma possono essere individuati almeno tre filoni di espressione della rinascita contemporanea d’interesse per il “celtismo”.

Un primo filone dell’odierna rinascita celtica è rappresentato dai vari gruppi che si definiscono specificamente spirituali o religiosi e si caratterizzano per richiami – anche consistenti – a temi celtici. Per ipotizzare una categoria classificatoria potremmo definire, in un’ottica generale, tali realtà come gruppi neo-celtici, intendendo la categoria “celtismo” in senso restrittivo, ovvero limitandola alle realtà che fanno esplicito e pressoché esclusivo riferimento ai temi celtici, ovvero senza considerare altri gruppi, che nel più generale contesto del revival relativo a temi pre-cristiani e “tradizionali”, rimandano anche a temi celtici. In questo ambito, in Italia, non si segnalano presenze numericamente rilevanti; tuttavia una realtà classificabile in questo filone, pur con le sue peculiarità, è il Movimento Spirituale Riformato dei Nativi d’Insubria.

Il secondo filone caratterizzante il revival celtico è rappresentato dai gruppi eassociazioni culturali, ovvero da quelle realtà che si rifanno alla tradizione celtica, ma dichiarano intenti puramente culturali e si ritengono esenti da qualunque richiamo di tipo religioso o spirituale. A titolo di esempio, fra le associazioni classificabili all’interno di questo filone si segnala – anche per quantità di iniziative promosse – l’Associazione Culturale Terra Insubre, con sede principale a Varese e sedi distaccate in altre città della Lombardia, del Piemonte e in Canton Ticino (Svizzera). Attraverso lo studio e la rielaborazione dei dati storici, archeologici, antropologici e toponomastici, nonché mediante altre operazioni culturali, essa si propone di promuovere la riscoperta e la rivalutazione del patrimonio storico ed etno-culturale dell’Insubria, antico nome della zona geografica comprendente il territorio che va dall’Adda al Ticino e dal Po al Canton Ticino, ricca di testimonianze storiche del periodo della dominazione celtica – un periodo che va circa dal secolo XII a.C. al VI a.C., quello in cui secondo lo storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) viene fondata Milano, per concludersi con l’invasione romana del III secolo a.C. –, della Lombardia e di tutta l’area alpino-padana e mitteleuropea, partendo dall’idea che i celti, i longobardo-germani e le etnie alpine rappresentano i popoli che maggiormente influenzarono le genti e la storia di questo territorio.

Il terzo filone è rappresentato dal milieu “folklorico”. A questo proposito, notiamo di passaggio che sul vocabolo “folklore” grava un’intensa discussione metodologica: taluni infatti ritengono il termine come dispregiativo, mentre altri lo rivalutano: basti ricordare i dibattiti sui cosiddetti ordini giuridici spontanei che considerano addirittura il folklore fonte del diritto. Muovendo da una prospettiva che considera le definizioni e le teorie come figure e strumenti di lavoro – da valutare in termini di fecondità scientifica, e non di vero o di falso – in questa sede utilizziamo il concetto nel senso più ampio, che non fa certo riferimento alla degradazione di una tradizione, ma al contrario a un vissuto spontaneo, scarsamente o per nulla organizzato, in cui una tradizione vive e continua, ovvero è riscoperta, magari dopo secoli di oblìo, eventualmente tramite il re-enactment, l’archeologia sperimentale, festival, sagre, musica e rievocazioni storiche promossi o attuati da appositi gruppi e associazioni.

La componente “folklorica” del revival celtico è certamente l’elemento che più emerge agli occhi del pubblico esterno nell’ambito di questo mondo variegato. In Italia si tengono due principali festival che radunano gli appassionati e i cultori degli aspetti folklorici e di ricostruzione storica e militare del celtismo nel nostro Paese, cui partecipano anche gruppi stranieri: mentre il Trigallia International Celtic Festival, organizzato presso il Parco della Pieve di San Giorgio di Argenta (Ferrara) con cadenza biennale ha visto la sua quinta e ultima edizione nel 2005 e ha ceduto il passo alle attività della Trigallia Associazione Culturale Celtica, che opera per la diffusione della cultura celtica, il festival Celtica, che si svolge in Valle d’Aosta e prevalentemente in Val Veny, unitamente a vari eventi organizzati su scala locale continuano a destare molto interesse e partecipazione di pubblico. Un altro evento importante in questo senso è il festeggiamento del Samonios o Capodanno Celtico, organizzato dall’Associazione Capodanno Celtico – Onlus, che si svolge ogni anno presso il Castello Sforzesco di Milano a fine ottobre ed è giunto nel 2011 alla dodicesima edizione.

Tali festival ed eventi sono l’occasione per scambi reciproci di conoscenze fra i diversi gruppi provenienti da varie zone d’Italia e dall’estero; gli espositori allestiscono gli stand in cui si vendono prodotti tradizionali, oggettistica e volumi sulla cultura e la tradizione celtica. I vari clan e gruppi – grazie a un impegnativo lavoro di costruzione nelle settimane o nei giorni precedenti la manifestazione –alloggiano nei loro campi recintati con pali fitti o staccionate. Il campo rappresenta, anche grazie all’emblema o al nome del clan dipinto sul legno, una determinata identità, e in tal modo varia la tipologia di costruzione e la scelta della posizione; in esso alloggiano e dormono i vari membri delclan per tutta la durata del festival. Spesso, al centro del campo sta il fuoco che serve per cucinare e per riscaldarsi nelle ore notturne. Durante il giorno e la notte si alternano diversi stage – per esempio di tiro con l’arco –, concerti di musica celtica in cui si utilizzano anche alcuni strumenti tradizionali – fra cui la cornamusa e l’arpa –, spettacoli e danze. Alcuni gruppi in costume danno vita a rievocazioni storiche di battaglie con armi che spesso vengono prodotte in proprio. Il mondo dei gruppi del revival celtico catalogabili in quello che abbiamo definito il filone “folklorico” ha come punto di riferimento, oltre alla rivista Celtica, il portale Internet Celtic World, che si propone di fornire informazioni generali sul celtismo – cultura, mitologia, musica, luoghi, eventi e festival –, ma anche di censire tutti i clan e associazioni italiani.

Lungi dal voler offrire una catalogazione delle realtà italiane relative al milieu“folklorico”, in questa sede – a puro titolo esemplificativo – citiamo di seguito alcuni gruppi e associazioni, che pur non sfociando nel primo filone prettamente “religioso”, presentano caratteristiche che rimandano, in maniera più o meno esplicita, a una componente di tipo spirituale. Le reazioni, talvolta aspre, degli esponenti e dei rappresentanti di questo mondo – i quali avvertono il rischio di essere confusi con forme religiose pagane ritenute “sètte”, da cui si sentono dottrinalmente e culturalmente lontani – tendono a sottolineare come le attività prevalenti dei gruppi che possono rientrare in questo filone, siano tutt’altro che religiose, ma vadano piuttosto nella direzione di un “celtismo culturale”, che si esprime nello studio della storia, dell’archeologia, dell’etnologia, della filologia, della linguistica e dell’arte soprattutto musicale, nella ricostruzione storica e nell’archeologia sperimentale. Da questo punto di vista, la spiritualità celtica si riduce a una sorta di “spiritualità immanente” che si fonda su alcuni capisaldi quali il rispetto e la salvaguardia del pianeta Terra, della natura, dell’ambiente e del territorio; il rispetto e la salvaguardia della persona umana e di ogni essere vivente, nonché della vita in sé.

Tuttavia, il semplice esame delle caratteristiche e attività di alcuni gruppi che si muovono nell’ambito “folklorico”, mostra in maniera piuttosto evidente che almeno qualche gruppo, in maniera più o meno esplicita e certamente insieme a tante altre peculiarità e attività, è caratterizzato da qualche richiamo a una dimensione specifica di rapporto con il “sacro”, che seppure rifugge dal vero e proprio rito, fa comunque riferimento a un ambito che risulta difficile non classificare come spirituale, almeno latu sensu.

Di seguito riportiamo un caso particolarmente esemplificativo, ricordando come un personaggio di spicco in tale ottica è stato Emanuele Pauletti (1956-2006), da taluni ricordato come il pioniere del celtismo italiano, principale animatore dell’ormai inattivo portale Internet Zuccagialla e fondatore dei Kernunnos, gruppo costituitosi ufficialmente nel 2000 e formato da una decina di persone residenti nelle province di Milano e Como, che per più di una decina di anni si sono impegnate, a livello personale e collettivo, a promuovere sul territorio lombardo – e occasionalmente altrove – eventi e manifestazioni per favorire la conoscenza della cultura, della spiritualità e delle tradizioni celtiche. In un’intervista sulla rilevanza della componente spirituale nella sua esperienza individuale e di gruppo affermava: “Chi segue la via celtica è fondamentalmente un ‘cercatore’” – richiamando in maniera piuttosto evidente il tema della cerca del Graal, notevolmente presente nel revival celtico –, così proseguendo: “Chi segue la via celtica cerca, ma non deve semplicemente sostituire la Bibbia (alcuni celti sono cristianizzati) con un libro della mitologia celtica. Chi segue la via celtica è ‘spirituale’, un celta non può non essere spirituale, ma il termine ‘spiritualità’ non deve essere inteso in maniera codificata, organizzata, strutturata o dogmatica. Dunque, spiritualità, ma non dogmatismo o ritualità. Per esempio, bere l’idromele è un gesto spirituale. Non si può parlare allora di una spiritualità ‘organizzata’, ma di una visione liberatoria della realtà che c’è e, in molti casi, di un rapporto diretto con il sacro, senza intermediazione. Le foreste, ad esempio, fanno parte della ‘liturgia’: in posizioni astrali favorevoli ai messaggi vibrazionali sono il luogo adatto per ricevere delle risposte. Ma essere celta non significa essere pagano, cioè rivolgersi alle culture ed ai simboli altrui, è necessario piuttosto rivolgersi alla cultura del posto per trovare delle risposte e la Lombardia è un luogo importante per la cultura celtica, che è una cultura celtico-contadina locale, cioè richiede di essere vissuta in loco. La nostra è una cultura matriarcale, la cultura della Dea ovvero la Madre, la Terra” (Andrea Menegotto, “Il revival celtico e tradizionale: folklore, cultura o spiritualità?”, in Massimo Introvigne – A. Menegotto – PierLuigi Zoccatelli, Aspetti spirituali dei revival celtici e tradizionali in Lombardia, Sinergie, San Giuliano Milanese [Milano] 2001, pp. 66).

Questa visione del mondo trova appunto conferma nella realtà denominata Figli del Bosco (URL: digilander.libero.it/ FigliDelBosco; e-mail: aranel86@libero.it), costituitasi nell’autunno del 2006 da un nucleo di cinque giovani uomini e donne residenti nella zona fra Modena e Carpi. I suoi membri la definiscono “clan spirituale”, precisando che non si tratta di una semplice associazione culturale. Il clan deriva il suo nome dall’intento di rievocare la sensibilità delle antiche genti viventi nella fitta foresta che avrebbe caratterizzato il mondo nell’antichità, ovvero i “mille alberi” che rappresentano i fattori di equilibrio della Terra. A unire i membri del clan è il sentimento comune e l’amore per la divinità celtica, cioè la Dea o Grande Madre. Il simbolo del clan è un triskele – detto anche triscele o triskellion, dal greco tre gambe, è il simbolo celtico più conosciuto; data la sua larga diffusione può assumere diversi significati – formato da un cervo, un uomo, un fiore e un cammeo di uomo-cervo che guarda la luna, il quale richiama appunto l’essenza della spiritualità celtica. Dal momento della loro costituzione i Figli del Bosco partecipano a festival celtici nel Nord e Centro Italia, dove, attorno al fuoco nel proprio accampamento, attuano scene di rievocazione tra cui l’allenamento dei guerrieri, l’artigianato, le danze in occasione delle festività stagionali e delle ricorrenze dell’agricoltura e dell’allevamento, con vesti, attrezzature e armi in parte prodotte all’interno del clan stesso. Ogni componente svolge un ruolo particolare all’interno delclan – corrispondendente ai ruoli tipici della società celtica – deciso dal medesimo in base alle proprie caratteristiche personali.

I Nativi d’Insubria

Movimento Spirituale Riformato dei Nativi d’Insubria
Tel.: 333-1266641
E-mail: insubria.mader@libero.itrev.bleiz@libero.it

Lorenzo Banfi, studioso della cultura celto-germanica, che si qualifica ed è noto al pubblico con l’appellativo “reverendo”, fonda nel luglio 2003 il Movimento Spirituale Riformato dei Nativi d’Insubria – Moviment Spiritual Riformaa di Nativ d’Insubria, secondo la sigla ufficiale in dialetto insubre-milanese, di cui Banfi è un cultore, tanto da avere pubblicato nel 2010 per i tipi di Menaresta (Monza) la traduzione in dialetto milanese del romanzo Dracula di Bram Stoker (1847-1912) –, che presenta pubblicamente a Solbiate Arno (Varese) il 6 novembre 2003, organizzando poi un secondo incontro pubblico il 7 aprile 2004.

Scopo del movimento, come recita un suo Manifesto, è “riunire coloro che si sentono ormai estranei alla religione cristiana e tendono a ritrovare la propria spiritualità in seno al culto degli antichi Dei della propria nazione”, identificando l’Insubria tradizionalmente con l’antica zona geografica comprendente il territorio che vede come confini il fiume Po a Sud, i passi Alpini svizzeri e l’Alto Lario a Nord, il Sesia a Ovest e la sponda orientale dell’Adda a Est, ovvero quell’ambito geografico ricco di testimonianze storiche del periodo della dominazione celtica.

Il movimento si definisce “riformato” poiché si muove nell’ottica della ricostituzione del paganesimo, conscio della totale assenza di un collegamento fra l’attuale paganesimo e quello tradizionale poiché “la tradizione stessa, per mezzo umano, si è interrotta”. In effetti, secondo il fondatore – pur riconoscendo in celti e longobardi i propri antenati –, il movimento non segue direttamente una via nordica o celtica neopagana, ma promuove lo studio delle culture antiche, con particolare riferimento alle culture storiche dell’Insubria, nella consapevolezza che “saranno gli Dei stessi a farci conoscere la loro via e il modo in cui onorarli. Noi non crediamo che i nostri Dei possano essere definiti come celti o germani o greco-romani, per il semplice fatto che gli Dei dell’Insubria sono prima di qualsiasi espressione culturale li abbia rappresentati. È solo per la nostra umana inadeguatezza che li appelliamo con i nomi loro attribuiti dai nostri antenati celti e germani. Perché i loro nomi ci sono sconosciuti e attendiamo che siano Essi a dirci come li dovremo chiamare. Allo stesso modo, poco o nulla conosciamo dei riti e delle tecniche rituali. Per questo è necessario lo studio dei simboli e dei miti. Esso ci consentirà di avvicinarci il più possibile, attraverso la conoscenza intellettuale, alla vera conoscenza, che ci verrà data quando saremo pronti”.

Nella consapevolezza dei limiti relativi alla possibile conoscenza degli Dei di cui abbiamo detto, un posto di rilievo nella spiritualità del Movimento Spirituale Riformato dei Nativi d’Insubria è riservato alla Dea degli Insubri, che l’antichità classica identificava con Athena. Tale Dea è “Madre” e “ipostasi territoriale della Madre Terra” ed è per questo che il movimento parla di “fratelli e sorelle d’Insubria”. Il movimento fonda la sua azione sulla militanza attiva dei suoi membri, concepiti come “guerrieri” che con la loro vita devono sono chiamati alla testimonianza e alla salvaguardia dell’Insubria, ovvero la propria nazione.

Nel settembre 2005 la Dieta del Movimento Spirituale ha deliberato l’adesione del proprio progetto spirituale all’allora costituendo Gruppo Econazionalista Domà Nunch, movimento politico-culturale costituito in forma di associazione, che pubblica la rivistaEl Dragh Bloeu. Tale passaggio è interpretato dal Movimento come mezzo utile a portare le proprie istanze verso una via “politica” che spinga sempre più a operare quotidianamente per la rinascita di un’Insubria in cui i valori del paganesimo nativo non devono essere dimenticati. Lo stesso Banfi è uno dei fondatori e dei principali animatori di Domà Nunch, che dichiara come suo ultimo fine la sovranità della Nazione Insubre nell’ottica di salvaguardare e difendere la propria Terra quale Madre della propria Nazione. Per gli econazionalisti di Domà Nunch uomini, animali, piante, terra, aria e tutti gli elementi naturali dell’Insubria costituiscono una rete complessa in delicato equilibrio, non riproducibile perché unica al mondo: questo insieme costituisce la Nazione, ovvero “il luogo dove siamo nati, che è il bene più prezioso perché fonte della nostra stessa vita”.