buddhismo

La storia del Tibet – e la storia del buddhismo in Tibet – sono oggetto di notevoli controversie. Gli orientalisti vittoriani consideravano il buddhismo tibetano “corrotto” da elementi “superstiziosi” di origine pre-buddhista e tendevano a ignorarlo e svalutarlo, soprattutto a fronte della preferenza accordata alla scuola theravada. Non contribuiva a raccomandare il Tibet agli accademici il fatto che la Società Teosofica e altre organizzazioni esoteriche ne facessero la sede di mitici “Maestri ascesi”. Si può dire che – dopo l’invasione cinese del Tibet e la fuga del Dalai Lama e di migliaia di monaci in India e in Occidente a partire dal 1959 – la situazione si presenti oggi come quasi completamente rovesciata: il buddhismo tibetano è esaltato da molti come il vertice dell’intero buddhismo, sfuggito per secoli alla corruzione dovuta alle influenze occidentali che avrebbero invece contaminato il buddhismo indocinese, singalese e – più recentemente – anche giapponese. Solo negli ultimi anni sono emerse voci di studiosi che raccomandano una “via media”, libera da pregiudizi positivi o negativi di carattere ideologico.

La religiosità tibetana preesiste al buddhismo e nella sua forma tradizionale pre-buddhista è incentrata sul ruolo divino del monarca, sottolineato da elaborati rituali (specie funerari) al cui servizio si pongono diverse caste sacerdotali. A epoca pre-buddhista risale anche la nozione di la, forza vitale – talora associata al respiro – che può lasciare temporaneamente il corpo e anche distaccarsene completamente, causando diversi pericoli. Il la può anche risiedere nello stesso tempo nel corpo umano e in luoghi o realtà esterne (un animale, un lago, un albero) che risultano così collegate da una relazione di carattere “simpatico” alla persona (se l’albero dove pure risiede il la di qualcuno è abbattuto, la persona si ammala). Secondo la leggenda è durante il regno di Songtsen Gampo (che va dal 614 al 650) che due mogli del re – una cinese e una nepalese – importano in Tibet il buddhismo. Non ci sono conferme della storicità di questa tradizione e certamente pratiche condannate dal buddhismo come i sacrifici di animali continuano in Tibet ben oltre il VII secolo.

Alla fine dell’VIII secolo il re Tri Songdetsen (che regna dal 754 al 797) invita in Tibet il monaco indiano Santaraksita, che a sua volta richiede l’aiuto del maestro tantrico Padmasambhava (di cui si ignorano le date esatte di nascita e di morte) per resistere alla reazione delle vendicative divinità locali. In questo contesto il primo monastero buddhista tibetano è fondato a Samye nel 779. I primi maestri buddhisti trovano in Tibet un complicato pantheon di divinità benevole e malevole (anche le seconde, peraltro, suscettibili di essere “propiziate” e controllate). Come altrove, il buddhismo si sforza di integrare questo pantheon nella sua dottrina, distinguendo fra divinità “mondane” (sottoposte alla legge del karma e della reincarnazione) e “sopramondane” (libere dal ciclo del karma). Il Tibet, peraltro, presenta ai maestri buddhisti un universo particolarmente lussureggiante di spiriti, demoni e divinità legati alla geografia – alle montagne, ai laghi, alle caverne – insieme a leggende su Paesi segreti (il più famoso dei quali è Shambala) e tesori nascosti. Quest’ultima tradizione sarà appropriata dal buddhismo, che parlerà di terma, testi nascosti dai primi maestri come Padmasambhava in attesa di un futuro momento opportuno perché fossero scoperti. Al regno di Tri Songdetsen la tradizione fa risalire anche un dibattito dottrinale, che avrebbe avuto luogo nel 797, dove il monaco indiano Kamalasila avrebbe sconfitto il monaco ch’an cinese Mohoyen (di cui non si sa quasi nulla, forse un personaggio mitico), bloccando così una possibile influenza del buddhismo ch’an e zen in Tibet. Anche la storicità di questo dibattito pubblico è dubbia; la vicenda, tuttavia, allude simbolicamente alla prossimità culturale del Tibet all’India e all’ostilità verso la Cina (testimoniata da un’ampia letteratura popolare che si prende gioco della figura di Mohoyen).

La storia del buddhismo in generale prevede iniziali contatti con l’India, che in seguito sono interrotti. Nelle varie aree geografiche, molto dipende dall’epoca di introduzione del buddhismo. L’Asia Orientale ha ricevuto il buddhismo indiano prima del Tibet, in una forma dominata dai sutra (che non sono trattati o commenti sistematici, piuttosto presentazioni della dottrina in forma narrativa o allegorica). I trattati sistematici (sastra) sono stati scritti in gran parte in un’epoca in cui le traduzioni sistematiche di testi indiani in cinese erano cessate. I sastra, e con essi una “filosofia” buddhista corredata da una cosmologia e da una logica sistematica, sono invece presenti nel momento – più tardo – in cui il buddhismo arriva in Tibet nella sua forma mahayana. Si afferma quindi spesso che il buddhismo mahayana tibetano è incentrato sui sastrapiuttosto che sui sutra. Non solo: quando il buddhismo arriva in Tibet accanto ai sutra e ai sastra si sono sviluppati (in gran parte fra il IV e il X secolo) i tantra, testi che offrono una via rapida all’illuminazione (in contrasto con il processo lunghissimo cui alludono i sutra) attraverso dottrine segrete, iniziazioni e tecniche.

Il buddhismo tibetano mette insieme così una dottrina basata sui sastra e una prassi influenzata dai tantra. L’elemento dottrinale dà importanza – secondo lo schema mahayana – alla possibilità per tutti di accedere allo status di buddha e alla figura delbodhisattva. Le pratiche devozionali sono pertanto di due tipi: da una parte, mirano a diventare un bodhisattva (voti di bodhisattva), dall’altra riguardano la venerazione dei principali bodhisattva (fra cui prominente è quello della compassione, Avalokitesvara – in tibetano Cenresig -, invocato con il famoso mantra Om mani padme um, sulla cui traduzione fervono accesi dibattiti fra gli specialisti). L’influenza tantrica fa sì che il buddhismo tibetano sia considerato, più propriamente, di scuola vajrayana: una scuola che si propone di abbreviare il tempo necessario a conseguire lo stato di buddha da milioni di anni a un termine breve indicato simbolicamente in tre anni e mezzo. Le vie indicate per ottenere questo risultato sono il rituale, la visualizzazione (in particolare di un elaborato palazzo o mandala, o di una divinità tutelare o yidam) e la meditazione. I tre elementi convergono nella pratica rituale chiamata sadhana. Importante è anche la figura del maestro: il termine indiano guru è stato tradotto in Tibet a partire dall’VIII secolo “lama”, un’altra parola la cui etimologia è oltremodo incerta (quanto al termine “lamaismo”, coniato da missionari e viaggiatori occidentali nel XIX secolo per designare il buddhismo tibetano, è oggi in genere rifiutato dagli studiosi per il suo originale significato peggiorativo).

L’espressione “veicolo del diamante” o “della folgore adamantina” allude, tra l’altro, all’unione salda e indivisibile come il diamante fra la saggezza e il metodo, entrambi necessari per il cammino che conduce il bodhisattva allo stato di buddha. Poiché la saggezza è femminile e il metodo maschile, l’unione sessuale (fondamentalmente simbolica, ma anche fisica) la rappresenta in modo eminente, ed è questo uno degli aspetti del tantrismo che più hanno colpito gli osservatori occidentali (che ne hanno spesso deformato il significato). Un altro aspetto che è spesso oggetto di fraintendimenti è la presenza di divinità “adirate” o “terribili” rappresentate in una forma macabra e guerriera, che devono essere placate o propiziate. Gli orientalisti ottocenteschi – le cui idee si ritrovano talora ancora oggi nella letteratura divulgativa – ritenevano che si trattasse qui di sopravvivenza di un mondo religioso tibetano “sciamanico” e pre-buddhista. Oggi la maggior parte degli studiosi conclude che molte di queste divinità vengono dall’India e rappresentano i buddha e i bodhisattva nel loro aspetto “terribile” che allontana e distrugge l’arroganza e l’egoismo, a loro volta causa dell’ignoranza e della sofferenza.

La storia del Tibet dopo l’introduzione del buddhismo giustifica, da molti punti di vista, l’affermazione secondo cui la tradizione buddhista nel Paese himalayano è sostanzialmente lineare, continua e ininterrotta (almeno fino all’invasione cinese), ma non senza alcuni passaggi e svolte storiche importanti. Il tentativo di sopprimere i monasteri da parte del re Langdarma (che regna dall’836 all’842), con il successivo periodo di crisi del buddhismo, è stato forse sopravvalutato nei suoi effetti reali. Quello che è certo è che il buddhismo tibetano fiorisce nuovamente nell’XI secolo con la visita del maestro bengalese Atisa (982-1054), i cui discepoli fondano il primo ordine monastico tibetano, l’ordine kadampa. L’istituzione monastica è inseparabile dalla vita religiosa del Tibet. Prima dell’invasione cinese, dal dieci al quindici per cento della popolazione maschile era costituita da monaci (ma solo il tre per cento della popolazione femminile era costituita da novizie, dal momento che l’ordinazione femminile completa non si è mai radicata nel Tibet tradizionale, anche se è oggi presente nel buddhismo tibetano della diaspora con ordinazioni ricevute in ordini cinesi, a Taiwan o a Singapore).

L’importanza della vita monastica in Tibet è sottolineata da due fenomeni tipicamente tibetani. Il primo è la dottrina del tulku, o lama incarnato. La reincarnazione del maestro (lama) è diversa da quella delle persone ordinarie. Per le seconde, la reincarnazione è un’avventura sgradevole, rischiosa e imprevedibile cui si deve cercare se possibile di sfuggire. Per il lama, invece, la reincarnazione è volontaria: non avrebbe bisogno di tornare nel mondo ma lo fa – in modo del tutto consapevole – spinto dal nobile desiderio di aiutare gli altri. Dal XIV secolo si è diffusa in Tibet la pratica, quando un grande maestro muore, di identificare in un bambino la sua reincarnazione. Questa pratica è nota anche al grande pubblico occidentale per il Dalai Lama, ma prima dell’invasione cinese c’erano tremila lignaggi di questo genere (quasi tutti – con poche eccezioni – maschili) e molti sono continuati in Tibet o nella diaspora (con il fenomeno, che ha attirato l’attenzione anche della letteratura e del cinema, di reincarnazioni di maestri tibetani identificate in bambini occidentali). Il secondo aspetto che sottolinea l’importanza del monachesimo tibetano è il ruolo svolto da monaci provenienti dal Tibet nella diffusione del buddhismo alla corte dei khan mongoli. Ed è grazie alla protezione e al patrocinio mongolo che nel 1642 il quinto Dalai Lama (1617-1682) si insedia come massima autorità politica in Tibet, così di fatto unificando il potere politico e religioso dopo la crisi della monarchia. Il supporto ideologico di questa svolta è un rinnovato culto del bodhisattva Avalokitesvara, che rappresenta la grande compassione e di cui il Dalai Lama è considerato l’incarnazione. Il quinto Dalai Lama proclama anche il suo maestro incarnazione del Buddha della Luce Infinita, Amitabha, creando per lui il ruolo di Panchen Lama, con sede nel monastero di Tashilhunpo, che rappresenta l’autorità religiosa, mentre la sede del governo e del Dalai Lama è stabilita a Lhasa, dove è costruito il Potala (che prende il nome dal mitico palazzo di Avalokitesvara, il Potalaka).

Il Dalai Lama – a proposito del quale i paralleli con il Papa cattolico risalgono già a missionari seicenteschi e sono duri a morire, per quanto severe siano le critiche degli specialisti accademici -, nonostante il suo più ampio potere politico (sopravvissuto all’invasione cinese e all’esilio), non è propriamente il leader religioso di tutto il buddhismo né tanto meno di tutto il buddhismo tibetano, ma del “sistema” geluk, anche se tutte le scuole ne hanno grande rispetto. Il buddhismo tibetano è organizzato in chos lugs, un’espressione tradotta in Occidente con “ordine”, “scuola” o “setta”: ma nessuna di queste traduzioni è considerata soddisfacente dagli specialisti contemporanei, alcuni dei quali suggeriscono appunto l’espressione – anche letteralmente più appropriata – di “sistema”. Il più antico fra tutti i “sistemi” sarebbe, in teoria, quello bon, ma solo se si considera la religione bon parte del buddhismo. Non la ritengono tale né gli aderenti della religione bon (i bonpo) – per i quali il buddhismo è una religione “straniera” che ha causato la decadenza del regno del Tibet – né i buddhisti, per cui i bonpo rappresentano la sopravvivenza di un mondo pre-buddhista legato a tendenze animiste e agli aborriti sacrifici di animali. Neppure questa seconda interpretazione può essere peraltro condivisa senza riserve. È vero che i bonpo considerano il loro mitico fondatore, Shenrap, illuminato fin dalla nascita, superiore al Gautama Buddha storico, e idealizzano il passato tibetano pre-buddhista; tuttavia, la loro tradizione è stata talmente influenzata dal buddhismo da non potersi ritenere che si tratti oggi di una forma “pura” e pre-buddhista dell’ethos tibetano. La loro sistematizzazione come tradizione infatti è propriamente post-buddhista e mutuata dal modello buddhista già più strutturato.

Fra i “sistemi” certamente buddhisti, il più antico è quello nyingma (il cui nome significa, appunto, “antico”) che si afferma fondato dallo stesso Padmasambhava. Il “sistema” nyingma insegna nove “veicoli”, il più elevato e complesso dei quali è lo Dzogchen o Dzog-Chen (“Grande Perfezione”), uno stato libero dal dualismo di soggetto e oggetto che appartiene alla mente in modo originario. La mente ha però creato il mondo delle apparenze e della sofferenza, e si è convinta che questo mondo è reale. Lo Dzogchen – e il “sistema” nyingma in genere – non mirano a “liberare” la mente, perché essa è in realtà già libera: deve soltanto eliminare gli ostacoli che le impediscono di riconoscere la sua vera natura. Alla scuola “antica” nyingma (che peraltro riconosce non solo testi antichi ma anche testi proclamati di origine antica ma riscoperti molti secoli dopo come “tesori nascosti” – e talora riscoperti non fisicamente ma mentalmente) si contrappongono i “sistemi” “nuovi” (gsarma): kagyu, sakya e geluk.

Il “sistema” kagyu fa risalire le sue origini a Marpa (1012-1099) e al suo discepolo Milarepa (1040-1123), la cui vita è al centro di un’ampia letteratura, in gran parte di carattere leggendario. I seguaci di un discepolo di Milarepa, Gampopa (1079-1153), fondano le dodici scuole kagyu, la più importante delle quali è la scuola karma kagyu, retta da una successione di lama incarnati chiamati Karmapa. Nel “sistema” kagyu il “Grande Sigillo” (mahamudra) ha un ruolo simile alla “Grande Perfezione” dello Dzogchen. È uno stato di perfezione che si trova fin dal principio nella mente, ma è normalmente oscurato dall’illusoria percezione del soggetto e dell’oggetto come reali. La scuola kagyu o della tradizione orale ha sviluppato fortemente le tecniche meditative che assumono il posto centrale nella trasmissione. Come Marpa, anche la figura che è alle origini nel “sistema” sakya, Drokmi Shakya Yeshe (992-1074), è un traduttore; ma la figura per cui il “sistema” è noto è un maestro della logica e della filosofia buddhista, Sakya Pandita (1181-1251) che nel 1244 introduce il buddhismo tibetano alla corte mongola. Qui il “sistema” sakya è però sostituito nel XVI secolo dal “sistema” geluk, di origine più recente e che considera come suo fondatore Tzong Khapa (1357-1419). Il suo discepolo Gendundrup (1391-1474) è considerato il primo Dalai Lama. I gelukpa si affermano – e finalmente accedono al potere politico su tutto il Tibet – grazie alla loro eccellenza come interpreti della filosofia buddhista e all’organizzazione di grandi monasteri, in particolare le “tre sedi” di Sera Me, Ganden e Drepung (quest’ultimo, prima dell’invasione cinese, è insieme l’“università” del buddhismo geluk e il più grande monastero buddhista del mondo, con oltre tredicimila monaci).

La storia recente del buddhismo tibetano è segnata dall’invasione cinese, dalla fuga del Dalai Lama in India nel 1959, e dalla diaspora che porta in esilio oltre centomila tibetani (la maggior parte dei quali vivono in India e in Nepal). Si calcola che almeno altrettanti siano periti o siano stati uccisi mentre cercavano di lasciare il Tibet – particolarmente nel periodo sanguinoso della rivoluzione culturale – e che un milione (su una popolazione originaria di sei milioni) siano morti in Tibet come risultato di una gamma di politiche cinesi che sono andate dalla persecuzione fisica alla disorganizzazione sistematica della vita economica e sociale. Dal 1959 al 1979 il buddhismo tibetano è stato sistematicamente perseguitato e molti monasteri sono stati distrutti. A partire dal 1979 gode di una maggiore tolleranza, ma le sue condizioni rimangono precarie e alcuni monasteri sono tenuti in vita – con un numero ridotto di monaci e con una pratica impossibilità di perseguire la complessa educazione monastica tradizionale – soprattutto per rispondere alle critiche occidentali e per attirare turisti.

In gran parte il buddhismo tibetano vive in Occidente, dove si sono rifugiati oltre cinquemila monaci, che in genere rappresentano l’élite del mondo monastico tibetano dal punto di vista sociale e intellettuale. Il Dalai Lama – pure nella delicata posizione di chi deve cercare da una parte di non perdere il contatto con le peculiari e millenarie tradizioni tibetane, dall’altra di presentare la religione buddhista in una forma (“modernista”) accettabile agli occidentali – è emerso come il principale ambasciatore del buddhismo, non solo tibetano, nel mondo. Alcune controversie recenti (come quella sorta intorno alla venerazione di una divinità protettrice, Dorje Shugden, vietata dal Dalai Lama e coltivata anche in Occidente dal movimento chiamato New Kadampa Tradition) ricordano peraltro come questo ruolo sia tutt’altro che facile. In ogni caso, la presenza di monaci tibetani in numerosi Paesi dell’Occidente, Italia compresa, ha contribuito grandemente alla conoscenza del buddhismo tibetano e – più in generale – alla possibilità per gli occidentali di entrare in contatto con autentici maestri buddhisti: una conseguenza non prevista, e certamente non voluta, dell’invasione e della politica di repressione cinese in Tibet.

B.: In italiano si potrà partire dalla classica opera di Giuseppe Tucci, Le religioni del Tibet, di cui un’edizione recente è quella negli Oscar Saggi, Mondadori, Milano 1994. Sui problemi del buddhismo tibetano e della sua rappresentazione in Occidente: Donald S. Lopez, Prisoners of Shangri-La. Tibetan Buddhism and the West, University of Chicago Press, Chicago-Londra 1998; di Idem, cfr. inoltre Il buddhismo tibetano, Elledici, Leumann (Torino) 2003.

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