ortodossia_18Chiesa ortodossa tewahedo etiopica
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L’Etiopia, citata più volte nell’Antico Testamento, ha una storia religiosa millenaria, che attraverso i legami con Gerusalemme ha visto formarsi una fede cristiana dai tratti profondi e distinti. Dotata di una propria lingua sacra (il gh’ez), di una ricca letteratura, di esempi impressionanti d’architettura sacra – famose sono le chiese di Lalibela, scavate in un solo pezzo nella roccia dall’alto verso il basso e quindi non visibili dall’esterno; ma altri esempi originali non mancano – e di una pratica religiosa intensa e di largo seguito popolare, la Chiesa etiopica ha potuto autogovernarsi solo da pochi decenni. Per il suo isolamento geografico durato molti secoli, rimane una delle presenze meno conosciute di cristianesimo tradizionale nel mondo contemporaneo, nonostante abbia ormai una vasta estensione dovuta alla diaspora etiopica nel mondo.

La Chiesa ortodossa etiopica, chiamata tewahedo – “unitaria”, “dell’unità” – dai fedeli, è stata per molti secoli unita alla Chiesa copta ortodossa e quindi soggetta al Patriarcato di Alessandria. Gli etiopi sono la più grande comunità cristiana non calcedonese e – con un numero di fedeli intorno ai quaranta milioni – costituiscono circa la metà dei fedeli non calcedonesi e la metà della popolazione dell’Etiopia. Nel 1959 la Chiesa ortodossa etiopica ha raggiunto la piena autocefalia e può quindi scegliere il proprio Patriarca, che ha sede ad Addis Abeba: il 28 febbraio 2013 è stato eletto all’incarico l’arcivescovo di Gerusalemme, con il titolo di “Sua Santità Abuna Mathias, sesto Patriarca e Catholicos d’Etiopia”, che succede ad Abuna Paulos (Gebre Medhin Wolde Yohannes [1935-2012]), la cui nomina nel 1991 non era stata però indolore: dopo la caduta della dittatura in Etiopia del “negus rosso” Mènghistu Hailè Mariàm (nato nel 1937), infatti, l’allora quarto Patriarca Merkorios – accusato di collaborazionismo con il regime militare comunista – è stato esautorato dal suo ufficio e si è trasferito negli Stati Uniti d’America, dove si è organizzato un Sinodo in esilio che minaccia l’unità della Chiesa ortodossa tewahedo etiopica.

Il nome tewahedo indica la particolare impostazione teologica adottata dai cristiani etiopici ed eritrei (e in generale copti), che non si definiscono monofisiti bensì miafisiti, sottolineando cioè l’unicità della divinità e dell’umanità di Gesù Cristo e preferendo parlare di un’“unica natura del Verbo incarnato”. L’approccio cristologico rifiuta perciò il concetto espresso da Eutiche di fusione tra le due nature, divina e umana, di Gesù, per favorire un’unione come tra corpo e anima.

Tra i segni che distinguono il culto ortodosso etiopico vi è la particolare venerazione dell’Arca dell’Alleanza (tabot), di cui si utilizza nel culto una copia appositamente consacrata: la Chiesa ortodossa tewahedo etiopica sostiene infatti che l’Arca dell’Alleanza che Mosè aveva costruito durante il viaggio nel deserto verso la Terra Promessa sia conservata nella chiesa di Nostra Signora di Sion, ad Axum. Un altro tratto distintivo è la musica strumentale, di chiara origine veterotestamentaria; d’altro canto, come già accennato a proposito della Chiesa ortodossa eritrea, anche in quella etiopica molte pratiche religiose riflettono forti influenze ebraiche e veterotestamentarie.

La prima comunità della Chiesa ortodossa etiopica in Italia si riunisce da una quindicina d’anni in una chiesa dell’ottavo secolo prestata dalla diocesi di Roma; altre comunità si sono nel frattempo costituite, come la parrocchia Debre selam Medhane Alem di Torino, che conta circa 150 fedeli e la cui consacrazione del tabot, avvenuta il 28 marzo 2010, ha permesso l’inizio delle regolari liturgie eucaristiche.

B.: Per una monografia sull’ortodossia etiopica, cfr. Kirsten Stoffregen Pedersen, Gli Etiopi, trad. it., Interlogos, Schio (Vicenza) 1993; si segnalano inoltre le attività dell’associazione culturale Exodus di Roma.